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I libri da leggere – “Gli anni di nessuno” di Giuseppe Aloe

Gli anni di nessuno è il titolo del nuovo romanzo di Giuseppe Aloe, autore cosentino rientrato tra i finalisti della scorsa edizione del Premio Strega con “La logica del desiderio”.

Al centro della narrazione c’è la storia di Gambart, un bambino partorito da una donna fragile che morirà poco dopo averlo dato alla luce.

Questo evento è solo l’inizio di un’infanzia tragica per il piccolo. Infatti il padre, in preda alla follia, lo imputa colpevole di quella morte decidendo di tenerlo segregato in una piccola stanza buia. Gli infligge così una sorta di alienazione dalla vita attraverso una prigionia durata sei lunghi anni, alla fine dei quali Gambart deve imparare tutto, a leggere, a scrivere, a camminare, a riadattarsi alla luce.

La sua storia diventa un caso di cronaca e il piccolo è condotto in un istituto di rieducazione. Qui il professore Gondrevonic lo aiuterà a fare i conti con quell’evento traumatico e ad accettare il proprio passato; lo prenderà sotto la sua protezione diventandone tutore e salvezza in un processo di riabilitazione alla vita.

Quando la narrazione ha inizio il professore è ormai morto, e a comunicarlo a Gambart dall’altra parte del telefono c’è Annet, unica donna della sua vita, di cui, tuttavia, non riesce ad essere pienamente innamorato.

I legami affettivi sono un peso insostenibile per il protagonista che inizia a ripercorre la sua esistenza senza trovare traccia di amore, anzi lui stesso si percepisce in tal modo: «L’estrema sintesi del niente. Come potevo pensare di amare qualcuno? Come può un aborto clandestino pensare di amare qualcuno?».

Il professore tante volte lo aveva spinto a riflettere sui legami affettivi, ad esempio mediante la lettura di una frase tratta da una lettera di Kafka, per fargli capire come il dolore del distacco, da persone o luoghi, fosse in realtà dovuto non alla lontananza ma alla consapevolezza della futilità di quegli stessi legami.

La notizia della morte del professore, comunque, lo scuote nel profondo e lo conduce ad una dura presa di coscienza: quella di essere completamente solo, questa volta, per sempre. Nonostante Annet sia lì accanto a lui, pronta a stargli vicino.

Il vero cruccio di Gambart resta però l’infanzia, gli anni trascorsi al buio, anni di silenzio e anni di nessuno. Eppure lo stesso Gondrevonic gli aveva spiegato come in realtà ogni infanzia fosse «una tragedia sottintesa, una catastrofe implicita che veniva passata sotto silenzio»; d’altronde spiega ancora il tutore: «Tutti siamo rimasti in una stanza per interi anni. E, anzi, concludeva alcuni sono ancora lì tra quelle quattro mura senza aria».

Parole di verità che appartengono a tutti, poiché  nessun adulto può appropriarsi pienamente della sua infanzia, ma potrà solo ricostruirla attraverso racconti fatti da altri, quando, il più delle volte, è proprio ciò che ha vissuto da bambino a segnarlo per tutta la vita.

Il romanzo è fitto di meditazioni di questo tipo e il pensiero vola spontaneo al nevrotico Proust.

La narrazione scorre veloce visto l’uso continuo, quasi frenetico, della paratassi e, tuttavia, questo non impedisce al lettore di restare coinvolto, avviluppato da una scrittura capace, oltretutto, di creare forme di spaesamento.

Aloe è un autore autentico, capace di dare vita ad una letteratura in apparenza sorvegliata e pacata, ma in realtà cadenzata da emozioni inquietanti. Dulcis in fundo un finale inaspettato, dove l’intera storia di Gambart diventa frutto di un congegno perfetto in cui i personaggi restano figure inafferrabili.

Giuseppe Aloe, Gli anni di nessuno, Roma, Giulio Perrone Editore, 2012.

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