Articolo

I libri da leggere: “Devozione” di Antonella Lattanzi

Devozione” (Einaudi Stile Libero Big, 2010) è un romanzo che narra due vicende parallele: quella d’amore tra i due protagonisti, Pablo e Nikita, studenti fuorisede, e quella dell’eroina. La protagonista femminile, Nikita (Vera De Marco), barese e di famiglia altolocata, è una studentessa di Lettere a Roma ormai un po’ troppo abbandonata a sé stessa e alla sua latente sofferenza. Vuole bene ai genitori, ignari della sua condizione di malessere, vuole bene, in fondo, anche a sua sorella, vuole bene a Clara, sua migliore amica sin dai tempi del liceo, ama Pablo, ragazzo conosciuto all’università, forse vuole bene anche ad Annette, ragazza francese che rapisce insieme a Pablo, ama una figlia che probabilmente porta in grembo, ma ama più di tutte l’eroina e tale dipendenza non le consente mai di dare una svolta decisiva alla sua vita, nonostante una piccola parte di sé lo desideri ardentemente. Poi c’è Pablo, catanzarese e di umili origini. Anche lui è iscritto alla facoltà di Lettere a Roma ed è lì che conosce Nikita innamorandosene perdutamente. Un amore, il loro, contaminato dalla fortissima devozione che entrambi condividono per la droga.

Nikita, per tutto il corso del romanzo, sembra la più debole, quella più bisognosa di supporto e di sostegno da parte degli altri (Pablo in primis). Verso la fine, quando celermente deve rientrare a Bari da Catanzaro lido, sembra che Pablo, però, quasi non esista più. Scompare apparentemente una “devozione”, ma non quella nei confronti dell’eroina, che purtroppo cresce a dismisura. Liberatasi, quindi, dal pensiero e dalla presenza di Pablo, per una volta sembra davvero la più forte. Non ha la sua migliore amica Clara, che rappresentava il suo sostegno ai tempi dell’adolescenza, non ha Pablo, che era il suo pilastro portante fino al giorno prima, ed è rimasta, dunque, sola con una famiglia che l’adora, ma che ha una cecità oltremodo tangibile e che fa quasi rabbia. La trovata di Annette, all’interno della vicenda, è molto particolare, anche se la sua storia, per la quale il lettore rimane a lungo col fiato sospeso, si esaurisce in pochissimo tempo, lasciando quasi delusi o forse sollevati.

Attraverso una serie di avventure, Antonella Lattanzi, mette a nudo l’esteriorità e l’interiorità dei due ragazzi e lo fa con una cura tale che il lettore/spettatore di questa storia si sente parte della stessa, riesce a percepire ogni benessere e malessere dei protagonisti, si affeziona a loro e vorrebbe fare qualcosa per poterli aiutare, consigliare, consolare.

Dal punto di vista narrativo, c’è una netta differenza fra l’icipit del romanzo che scorre molto lento e le ultime pagine che sembrano una corsa a perdifiato verso l’emblematica fine. Una fine che rimane aperta per dar sfogo all’immaginazione del lettore.

Dal punto di vista stilistico la Lattanzi utilizza una scrittura metaforica, creativa, ricca di colte e divertenti citazioni. Nulla viene lasciato all’immaginazione mediante descrizioni impeccabili, rese così chiare grazie alla ricerca e alla frequentazione dei “mondi tossici”, compresi i Sert, di diverse città d’Italia che la scrittrice ha ben esaminato per riportare al meglio questa realtà diventata più marginale nella nostra società rispetto a un tempo.

Si tratta, dunque, di un romanzo che consiglio perché ognuno di noi vi ritrova la devozione che ha vissuto o che vive verso qualcuno o qualcosa. Infine, bisogna sottolineare che Antonella Lattanzi, scrittrice che ha esordito proprio con tale romanzo, è riuscita a donare un’umanità e una sensibilità tali ai suoi personaggi  che solo questo vale la lettura dell’intero libro.

 

blog comments powered by Disqus