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I libri da leggere (Classici) – “Canti Orfici” di Dino Campana

“Mi volevano matto per forza”

“I classici sono intramontabili”. Questa frase indica l’autenticità e l’importanza di un qualcosa che ha avuto talmente tanto successo nel susseguirsi degli anni e dei secoli da superare la barriera del tempo. In questo caso si parla principalmente di poesia e di un uomo dalla vita complessa e affascinante: i “Canti Orfici” di Dino Campana. Questo binomio, Poesia-Campana, ha regalato alla letteratura italiana contemporanea dei componimenti di eccezionale rilevanza.

Il poeta, classe 1885, trascorse un’infanzia e un’adolescenza felice finché non accaddero due eventi che lo segnarono particolarmente: la reclusione in manicomio dello zio Mario e la nascita del fratello Manlio. Durante gli anni universitari – si iscrisse alla facoltà di Chimica e poi di Chimica Farmaceutica – iniziò a mostrare un carattere che alternava un’estrema tranquillità e solitudine a momenti di furore totale e di esagitazione. Soprattutto questi ultimi, che lo portarono anche ad atteggiamenti morbosi e rissosi, fecero pensare ad un animo profondamente disturbato. Risalì al 1906 il primo riconoscimento di “malattia psichica” in Dino Campana, che venne smentito poco dopo all’estero, dove medici attestarono che fosse in ottimo stato di salute e che fosse solo un ragazzo un po’ esaltato. Pochi mesi dopo giunse però il primo ricovero in manicomio, a Imola, a causa di una schizofrenia. Venne poi rilasciato, nonostante il parere contrario del medico, in libertà condizionata. Dal 1907 in poi Campana frequentò molto di più le lezioni di letteratura che non i laboratori chimici. Dal 1907 al 1909 probabilmente fece un viaggio in Argentina. Nel 1909, in seguito a nuove manifestazioni di follia, Campana venne nuovamente recluso in manicomio, questa volta a Firenze. La vita del poeta proseguì tra deliri, amore, viaggi, scrittura e manicomio. Qui, nel 1932, la morte lo colse.

Travagliata, come la vita del poeta, la storia della raccolta “Canti Orfici”. Nel 1913 Dino Campana donò la copia originale (che a quel tempo doveva intitolarsi “Il più lungo giorno”) a Soffici e a Papini affinché la pubblicassero; questa però non solo non fu mai stampata, ma fu persa e ritrovata solo negli anni ’70. Campana, allora, non si perse d’animo e, aiutato sicuramente da appunti e dalla sua memoria, riscrisse l’opera nel 1914 con il titolo che tuttora conosciamo. Dal 1928 in poi furono stampate numerose edizioni.

“Canti Orfici” è un prosimetro, ma la parte dedicata alla poesia è quella più interessante. La breve digressione biografica dell’autore è necessaria per comprendere ulteriormente i suoi frutti letterari. Certamente l’impostazione formale della sua raccolta risente delle influenze di altre due pietre miliari della poesia mondiale contemporanea: Baudelaire e Rimbaud. Molto forte appare però anche la sua cultura letteraria italiana. Grazie ai viaggi e all’inseguimento, più o meno cosciente, del sogno di essere un letterato conoscerà e frequenterà i maggiori esponenti, italiani e non, della cultura del tempo quasi mai però condividendo le idee e le opere create.

Caratteristica principale delle poesie di Campana sono le arti visive. Ogni componimento è ricco di colori. L’uso del colore è anzi così ossessivo da far rimanere il lettore spaesato. La poesia diventa quadro. Il poeta diventa un abile pittore. Soprattutto il primo Campana sembra un novello De Chirico del periodo metafisico. La messa in evidenza delle sfumature più particolari e ricercate fa pensare ad una maniacalità in questo senso (il verde bizantino, il rosso, l’oro, il nero, il grigio, l’argento, l’azzurro e il viola su tutti). La poesia-opera d’arte, inoltre, ha sempre una spiccata forma musicale. Numerose, in questo senso sono le allitterazioni e le ripetizioni in genere. Vengono citati costantemente personaggi famosi.

Con Campana siamo ancora una volta di fronte ad un ennesimo esempio di genio e sregolatezza la cui vita sembra dover necessariamente essere giustificata dalle sue poesie. Tra i temi più ricorrenti: il viaggio, la notte, il crepuscolo, la Chimera (che è la Poesia), l’evasione, l’eterno ritorno, la libertà, l’erranza, il ricordo, il dolore, la morte. Altra componente fondamentale è l’orfismo che, scrive Martinoni, «implica la riscoperta delle religioni, dell’antichità, di antichi miti barbari, di scenari sospesi tra il mondo degli uomini e quello degli Inferi e che […] si riempiono di visioni, di lotte, di rivelazioni». L’orfismo di Campana, notevolmente legato alla nascita della tragedia, si rifà a Nietzsche del quale l’autore era un grande estimatore.

Versi tratti dai “Canti Orfici”

SEZIONE “NOTTURNI”:

«[…] Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte […]».

IL CANTO DELLA TENEBRA

«Il cuore stasera mi disse: non sai?
La rosabruna incantevole
Dorata da una chioma bionda:
E dagli occhi lucenti e bruni colei che di grazia
imperiale […]»

LA SERA DI FIERA

 

SEZIONE “LA VERNA”: 

«Il canto fu breve: una pausa, un commento improvviso e misterioso e la montagna riprese il suo sogno catastrofico. Il canto breve: le tre fanciulle avevano espresso disperatamente nella cadenza millenaria la loro pena breve ed oscura e si erano taciute nella notte! Tutte le finestre nella valle erano accese. Ero solo.
Le nebbie sono scomparse: esco. Mi rallegra il buon odore casalingo di spigo e di lavanda dei paesetti toscani».

LA VERNA. (DIARIO) Castagno, 17 Settembre

SEZIONE “IMMAGINI DEL VIAGGIO E DELLA MONTAGNA”:

«[…]A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l’occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte».

 BATTE BOTTE

Personalità affascinante e controversa, amante, a modo suo, della vita, della morte, dei colori e dell’amore. Consiglio, dopo la lettura dell’opera, anche la visione del film diretto da Michele Placido “Un viaggio chiamato amore” (2002) che racconta la travagliata storia d’amore di Dino Campana e Sibilla Aleramo.

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