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I libri da leggere: “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo

Lettura per iniziare l’anno come si conviene: Casa d’altri di Silvio D’Arzo; vite escluse dai grandi eventi, atmosfera crepuscolare e indefinibile malinconia

«Cosa fanno qui a Montelice?
Beh vivono…ecco. Vivono e basta, mi pare»

Leggere ha i suoi cicli, che spesso si sovrappongono con quelli del calendario con relative feste e stagioni. Romanzi leggeri in spiaggia, letture più impegnate in autunno con i primi freddi e i primi tè caldi. E ora gennaio, dopo le abbuffate natalizie non solo di cibo ma anche di libri, grazie ai giorni di ferie.
Ricominciare, certo, ma con lentezza, senza fare alcuno sforzo. Come il ritorno in palestra dopo giorni in cui la fatica maggiore è stata sollevare un bicchiere di spumante. Così sono una buona idea i racconti, di quelli che magari si leggono in un pomeriggio. Utili anche per conoscere autori che difficilmente si avrebbe modo di incontrare.

casa d'altriCasa d’altri di Silvio d’Arzo è un uno di questi. Racconto lungo, uscito postumo nel 1952, «che punta soprattutto su effetti di ritmo, su pause, su un uso sapiente della cosiddetta durata… in questa direzione, un racconto perfetto» come scrisse Eugenio Montale. Siamo a Montelice, villaggio di montagna abitato da capre e pastori. Qui viene raccontato l’incontro tra la vedova Zelinda e il curato del borgo.

Il prete narratore vede per la prima volta la donna in una sera di fine ottobre: china nel torrente lava la biancheria d’altri:

«In mezzo a tutto quel silenzio e a quel freddo e a quel livido e a quell’immobilità un poco tragica, l’unica cosa viva era lei».

Nucleo della storia diventa il dialogo tra il curato e la donna. L’anziana, dopo un lungo tentennamento, arriva a confessare il suo male di esistere: ormai si trascina, non vive, in una casa d’altri (la vita). Alzarsi all’alba, lavare i panni nel torrente fino a sera, tutti i giorni, per anni, mangiando pane, insalata e olio. Diffidente, cerca comunque conforto nelle parole del religioso. Speranza vana. Silvio d’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni morto a 32 anni, ci parla di quel qualcosa che prima c’era e che con gli anni si è perso. Nel caso del protagonista una parola salvifica:

«E la cosa più brutta era che lei stette ancora in attesa per qualcosa come un minuto e anche più. […]Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno che niente. Dio, che gran trappola, però, le parole!».

Non è un caso se il narratore si definisce ormai solo «un curato da sagre e nient’altro: su questo non c’era più alcun dubbio». Pastori, preti, lavandaie, anonime esistenze di cui sfocherà presto il ricordo. Vite escluse dai grandi eventi, come la seconda guerra mondiale qui solo accennata. Abile è Silvio d’Arzo ad asciugare la storia. Due i protagonisti, appena abbozzati i personaggi minori. Crepuscolare l’atmosfera: il prete e Zelinda hanno passato i sessant’anni e spesso si muovono nel momento in cui il cielo passa dal viola al blu, «proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa. Brutt’ora».

Descrizioni di uno stile di vita che non ritornerà e che suscita in qualche modo una indefinibile malinconia. Come guardare un villaggio innevato di Pissarro, come rileggere San Martino di Carducci – «Ma per le vie del borgo / dal ribollir de’ tini / va l’aspro odor dei vini / l’anime a rallegrar». Tempi in cui l’uomo era parte della natura e delle sue stagioni. Il clima – l’inverno, il freddo, le lunghe piogge – gli odori dell’erba e delle radici bagnate, della sera, della polenta e delle castagne bollite per tutto il borgo. Le donne che alla luce delle lanterne « se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sullo scalino di casa» mentre gli uomini costruiscono trappole che saranno nascoste nei boschi per essere recuperate a primavera.

Casa d’altri e altri racconti, Silvio D’Arzo, Einaudi, 141 pp., 13€

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