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“Girl in a band”, Kim Gordon oltre l’autobiografia

Un libro che è anche un viaggio nell’America degli anni ’90: da L.A. a New York incontrando i più importanti musicisti e artisti di quel decennio

“Ma una cosa la sapevo: mi piaceva esibirmi su un palco”.

1Non chiamatela semplicemente autobiografia. Girl in a band (Minimum Fax, 2016) è molto più che mero racconto della vita di Kim Gordon. È un viaggio attraverso l’arte, la musica, i ricordi di colei che è diventata icona mondiale delle donne del nuovo secolo in Usa: multitasking ed emancipate. Ragazza, studentessa, musicista, cantante, amante, madre, imprenditrice, moglie, artista; la ragazza di Los Angeles, poi trasferita a New York – e, successivamente, anche cittadina del mondo – è un po’ tutto questo.

“Non importa dove mi porterà la vita, L.A. resterà sempre il mio posto preferito sulla Terra”.

Si inizia dalla “fine”. Così Kim assegna al primo capitolo un ruolo catartico e preliminare per raccogliere le idee sui racconti della sua vita. Il lettore, infatti, entra nel vivo della vicenda attraverso la fine del matrimonio con Thurtson Moore, frontman e chitarrista dei Sonic Youth, con il quale nel lontano 1980 aveva fondato la celebre band noise. La fine della storia, d’altronde, coincide anche con quella del gruppo. Gli ultimi concerti in sud America, le considerazioni timorose sul futuro, il racconto delle emozioni e degli stati d’animo in genere sono il preludio necessario per tornare indietro nel tempo e per far scivolare la penna su fogli meno “ruvidi”.

“È complicato scrivere di New York. non perché i ricordi si incrociano e sovrappongono, quella è una cosa naturale. Nemmeno perché eventi e tempistiche si mescolano ad altri, anche quello è normale. E neanche perché non mi sia innamorata di New York, perché anche se ero povera e sola, nessun posto mi ha mai fatto sentire così a casa. È perché, con il senno del poi, è difficile scrivere di una storia d’amore quando hai il cuore spezzato”.

Senza entrare troppo nei dettagli, che finirebbero solo per eliminare o attenuare ogni entusiasmo al lettore, basti sapere che, con delicata umiltà, Kim racconta la sua vita a partire dai primi anni con la famiglia in giro per l’America fino all’approdo a Los Angeles. Delinea attentamente il rapporto con i suoi cari e soprattutto con il fratello Keller, così problematico e inquietante, da averla sempre costretta ad una normalità un po’ forzata. Dalla malattia del fratello alla decisione di abbandonare il luogo natio alla volta di New York. È qui che, a partire dall’esperienza musicale con i Sonic Youth, si aggiungono tanti altri tasselli di vita che raggiungono la spannung con il successo della band e la nascita di Coco.

“Veneravo mio fratello. Volevo essere come lui. Ma è stato cattivo con me – punzecchiandomi di continuo, scontrandosi con me anche fisicamente – per tutta l’infanzia costellata di sporadici momenti di gentilezza. A ripensarci, mi chiedo se il suo sadismo potesse essere un sintomo della malattia che si è manifestata più tardi”.

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L’intera narrazione è un vero e proprio tuffo negli anni ’90: i dati biografici si intrecciano inevitabilmente con tutto il panorama artistico e musicale più underground di quel decennio (e non solo). Il particolare risalto ai Sonic Youth è dato – da un certo momento in poi del racconto – dalla scansione temporale degli eventi mediante l’utilizzo dei titoli degli album della band. Il gruppo, che agli esordi ha fatto molta fatica a conquistare il pubblico, a causa di quel “rumore” (apparentemente) senza senso, ha spiccato il volo a partire da due tour in particolare: quello con Neil Young  del 1990 e quello con i Nirvana del 1991.

“Eh, tanto gruppi buoni non ce ne sono più. Fanno tutti rumore”. All’epoca, noise, rumore, era un insulto, una cosa offensiva, la parola più sprezzante che potevi indirizzare alla musica.

“Girl in a band” diventa l’occasione, quindi, per tirare in ballo grandi nomi del passato e raccontarne alcune vicende inedite. Così scopriamo l’attaccamento viscerale nei confronti del piccolo e magro Kurt Cobain, che sul palco si trasformava in un impavido leone, ma anche la poca stima nutrita nei confronti di Courtney Love, identificata come un’ammaliante approfittatrice. Ma ancora, si incontreranno personaggi del calibro di Michael Stipe, William Burroughs, o si parlerà – in modo, ahimè non del tutto positivo – di band come i The Smashing Pumpkins. Dalla scoperta del tradimento di Thurtson alle numerose collaborazioni artistiche, musicali e cinematografiche, sarete catturati da pagine che vedono alternarsi la Kim Gordon artista con quella più umana. Ma non c’è spazio per divisioni nette. La narrazione è omogenea. La timida biondina californiana e l’intrepido e sensuale membro di una delle band più apprezzate a livello mondiale sono semplicemente le facce di una stessa medaglia.

“Forse per un performer il palco è proprio questo: uno spazio che puoi riempire con quello che non può essere espresso né ottenuto da nessun’altra parte. La gente mi dice che sul palco sono opaca, misteriosa, enigmatica, addirittura fredda. Ma più che tutte queste cose sono estremamente timida e sensibile, è come se intercettassi tutte le emozioni che vorticano dentro una stanza. E credetemi se vi dico che, una volta superata la corazza del mio personaggio, non c’è più nessuna difesa a proteggermi”.

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