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Che sapore ha la gloria?

gloriaRisale al 1963 il romanzo di Yukio Mishima, illustre scrittore giapponese, che narra di Fusako e Noboru Kuroda, dei loro vuoti e delle loro speranze

“Il vero pericolo sta nella vita stessa. Il vivere è un caotico intreccio di fatti che a ogni istante riporta l’esistenza al primitivo disordine per poi nutrirsi dell’insicurezza che ne deriva e a ogni momento riformare l’esistenza: un lavoro da idioti!” (p.48)

Uno scenario familiare apparentemente normale quello di Fusako Kuroda, giovane vedova che lavora in un negozio di abiti griffati, e suo figlio Noboru Kuroda, tredicenne dal cuore duro che a Yokohama conduce una vita austera tra vuoti e rapporti contrastanti (specialmente con la madre). Il loro morboso legame viene improvvisamente interrotto dall’approdo sulla terraferma di Ryuji Tsukazaki, un marinaio che Fusako, sola e incapace di provare sentimento alcuno dalla morte del marito, una sera accoglie istintivamente nella propria dimora.

La quotidianità di Noboru, fatta di scuola, di incontri con un gruppo di amici (con i quali coltiva un lucido e spietato odio nei confronti degli adulti) e di sogni legati al mare e alla vita dei marinai, si arricchisce in seguito all’arrivo di Ryuji e a una strana scoperta. Le ore serali trascorse nella sua camera perennemente chiusa a chiave non lo inducono a concentrarsi sullo studio o a dormire sonni tranquilli. Così, proprio tra queste mura, talvolta soffocanti, talvolta protettrici, Noboru scopre, spostando un cassetto del suo armadio, uno spiraglio di luce, un vano che stranamente collega la sua camera a quella materna.

Colpito da una curiosa eccitazione, l’adolescente si nasconde quasi ogni sera nell’armadio, diventando spettatore segreto delle notti della madre.

Poi giunge Ryuji. L’affascinante marinaio fa breccia nel cuore di madre e figlio. Fusako trascorre notti sorprendenti, alla scoperta di un’intimità obliata, e rimane affascinata da un uomo così forte, ma emblematico al contempo. Noboru ne fa presto il suo eroe: marinaio, legato al mare e non alla terra, uomo coraggioso, sopravvissuto a tante malore. Le giornate, prima della fatidica partenza di Ryuji, si dividono tra baci carichi di nostalgia e promesse, condivisi con Fusako, e chiacchiere interminabili sulla vita marinara, con Noboru. Poi l’addio, triste e solenne.

Dall’estate all’inverno, il marinaio ritorna nel porto di Yokohama e ha presto l’opportunità di riabbracciare Fusako e Noboru. Le domande interminabili sulla sua vita e sulla sua identità, accompagnate dalla scelta definitiva di abbandonare il mare per diventare uomo di terra e padre, in un crescendo di ansia e attese, porteranno Ryuji a comprendere il reale sapore della gloria, che spesso aveva morbosamente ricercato.

“Della vita a terra, Ryuji non ricordava che miserie, malattie, morte, distruzioni. E dalla terra si era svincolato… Era la prima volta che parlava a lungo di queste cose con una donna” (p.40).

Yukio Mishima, considerato uno dei massimi scrittori giapponesi, ne Il sapore della gloria rivela tutto il suo talento di narratore e artista. Il lettore sarà costantemente immerso in paesaggi esotici dove nessun dettaglio cromatico, olfattivo o sonoro è lasciato al caso. Le meticolose, nonché sognanti, descrizioni cullano e rapiscono costantemente.

La storia narrata non è di semplice e chiara lettura. Protagoniste sono due figure solitarie, così ossessivamente legate, ma così incapaci di comunicare e di riempire il profondo vuoto lasciato dal defunto padre-marito. Il racconto di una sorta di “incesto” ha forte impatto: Mishima descrive la scoperta dell’altro sesso – normalissima durante l’adolescenza – attraverso il corpo nudo della propria madre, che si evolve in voyerismo malato e sconcertante, quando la sera dell’arrivo di Ryuji, Noboru, immancabilmente vicino alla fessura nel muro, scopre l’intimità tra un uomo e una donna, per certi versi inquietante.

Altra caratteristica, molto interessante, volontariamente non approfondita nella sinossi, è il rapporto di Noboru con il suo gruppo di amici. È straordinario come Mishima abbia donato a questi ragazzi, solo apparentemente “piccoli”, una capacità critica spiccata al punto di avere già ben chiare peculiarità del mondo adulto come la menzogna, l’ipocrisia, ma soprattutto l’idea, così radicata negli uomini, che gli adolescenti siano incapaci di intendere, volere e capire diversi meccanismi del mondo adulto. Quel mondo che vuole ingannarli è così odioso e semplice al loro sguardo attento.

Infine c’è lei, Fusako, una donna delicata e bella, la cui giovanile grazia non è stata oltraggiata dalle sofferenze trascorse. La naturalezza che la contraddistingue, assieme a ogni paura – che in realtà cela una figura dal carattere forte – la portano a mandare avanti la sua vita familiare e lavorativa con dignità. La sterilità dei sentimenti, imposta per così tanti anni, crolla di fronte allo sguardo e agli abbracci di Ryuji. Preoccupata per le reazioni del figlio, sua unica ragione di vita negli ultimi cinque anni, deve affrontare un’estenuante lotta di sentimenti contrastanti. La decisione di ricominciare e la felicità di una nuova vita si arrestano a partire dallo scontro con l’imbarazzante, quanto umiliante, scoperta dello spionaggio segreto da parte del figlio.

Il sapore della gloria vi sarà rivelato solo se vi abbandonerete a questa lettura ipnotica.

“Le cose perdonabili sono in verità pochissime. Il mare, per esempio…”. “Le navi, forse”, azzardò Noboru”. (p.135).

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