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Canale Mussolini – parte seconda: continua la straordinaria saga di Pennacchi

Un nuovo e avvincente capitolo di Canale Mussolini, il romanzo che nel 2010 valse ad Antonio Pennacchi – tra i tanti – il Premio Strega. Tra storia, guerra e filò un’opera da leggere tutto d’un fiato

Canale Mussolini

Come Dio comanda di Ammaniti, Furuore di Steinbeck e Canale Mussolini di Pennacchi. Solo con questi tre romanzi – in quest’ordine, finiti in tre momenti di vita ben diversi– mi è capitato di svegliarmi la mattina avendo come primo pensiero la ripresa della loro lettura. Ricordo quando per un’ora lessi a lume di lampione Come Dio comanda, su una panchina nel centro di Latina. Canale Mussolini l’ho finito sui treni e i pullman da Mechelen a Meer, e viceversa. Ogni giorno cinque ore sui mezzi per completare il tragitto casa-lavoro: 460 pagine divorate in 72 ore.

Nel romanzo che gli è valso il Premio Strega, Antonio Pennacchi racconta la fondazione di Latina – dove ho vissuto prima di trasferirmi in Belgio – partendo da prima dell’inizio, ovvero raccontando frammenti della vita in Altitalia dei Peruzzi, famiglia di mezzadri che emigreranno nell’Agro Pontino durante la bonifica fascista. Nella loro epopea si inserisce la nascita del fascismo, la presa del potere di Mussolini, lo scoppio della seconda guerra mondiale. E ovviamente la redenzione dell’Agro. Tutto raccontato con uno stile che risucchia il lettore in un gorgo di fatti, aneddoti, storie, personaggi. A quel punto è difficile prendersi una pausa dalla lettura.

In Canale Mussolini – parte seconda prosegue la saga di Latina, dell’intero Paese che sta per uscire dal conflitto bellico e dei Peruzzi, le cui vicissitudini si intrecceranno con quelle dei Benassi. Proprio loro, la famiglia che abbiamo già trovato ne Il Fasciocomunista (e ovviamente nel film Mio fratello è figlio unico).

Ancora una volta è attenta la ricerca linguistica dello scrittore pontino. Molti dialoghi sono in quel dialetto veneto-ferrarese-pontino tipico dell’Agro, terra giovane e caso unico in Italia senza solida tradizione dialettale. Idioma che straripa anche in momenti del racconto che dovrebbero esserne impermeabili. Ad esempio, viene riportato un dialogo tra Palmir e Bepo, ovvero tra Palmiro Togliatti e Iosif (Giuseppe, Bepo appunto) Stalin. Tutto in dialetto veneto-ferrarese. Un effetto straniante e comico, altro perno dello stile dell’autore: una comicità naturale, non necessaria e per questo potente.

Fondamentale è ancora la cornice che regge l’intera saga dei Peruzzi/Benassi. Come in quasi tutti i lavori di Pennacchi – si pensi ancora a Il Fasciocomunista – la Storia si confonde con la storia. Stesso discorso se si parla di globale e locale. Ma è qui che si trova il limite maggiore di questa Seconda parte. Nel mezzo del cammin del racconto, e per più di un centinaio di pagine, lo scrittore pontino abbandona quasi del tutto le storie attorno ai Peruzzi/Benassi per dedicarsi alla Storia della guerra civile in Italia e della salita degli Alleati. Un blocco netto, che finisce per essere avulso dal resto della narrazione pur mantenendone alcune delle caratteristiche più apprezzate: lo stile orale e il racconto di storie, personaggi e fatti che non compaiono nei manuali storiografici. Ma sono elementi che finiscono per annacquarsi in una trattazione storica che apparire invece troppe volte tediosa.

Ma nel complesso Canale Mussolini – parte seconda rimane un romanzo ben strutturato e straordinariamente scritto. Sopratutto perché Antonio Pennacchi sa ben maneggiare le sue migliori armi, che nella tenzone della letteratura italiana contemporanea lo hanno fatto emergere come uno degli autori più dotati. Lo scrittore latinense è un perfetto miniaturista in grado di condensare in poche pagine storie e leggende che nella loro perfezione e completezza potrebbero essere dei racconti indipendenti. Ritornano in mente le righe dedicate al fantasma di Claretta Petacci che di notte aspetta poco fuori il centro di Latina l’amato Benito, finendo per far innamorare Diomede. Oppure la biografia del torero moro Matomi. Miniature, appunto, che brillano e arricchiscono un romanzo denso di storie.

E soprattutto Antonio Pennacchi non scrive, fa filò. Questi ultimi nascono in Veneto, quando i contadini, dopo il lavoro, si ritrovavano per raccontarsi storie e le novità del paese (insomma, anche per fare gossip). E i filò sono così: polifonici, dialettali, decisamente informali e si sviluppano senza seguire una solida coerenza narrativa. Le storie iniziano ma non sempre finiscono, si incrociano, prendono direzioni impreviste, vengono riprese e abbandonate. Non hanno fonti certe, si appoggiano sul sentito dire e spesso lo stesso fatto ha più interpretazioni o più semplicemente viene raccontato in maniera diversa. Proprio quello che succede nelle due parti di Canale Mussolini. Un lungo racconto orale. Magnifico.

Sperando che Antonio Pennacchi abbia la voglia di dedicarsi a una terza parte. Dopotutto, come ci ricorda spesso, l’autore pontino “è nato per scrivere questa storia”. Conosco Latina e la città è ancora una profonda miniera per un nuovo filò.

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