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Beat Generation: la ribellione come stile di vita

foto articolo 5Contestazione, anticonformismo, ribellione: sono solo alcune delle istanze che animano uno dei fenomeni più dirompenti dell’ultimo secolo, capace di esercitare la propria influenza in numerosi settori artistici e in grado di fornire una nuova visione della società e delle sue regole. La Beat Generation è un movimento dalle molteplici sfaccettature che si sviluppa negli anni Cinquanta e Sessanta in America con lo scopo di dare voce ad un generalizzato desiderio di protesta, espresso in forme che vanno dalla musica alla poesia, dai sit-in  alle manifestazioni di piazza. L’autore che ha parlato  per la prima volta di “beat”, nell’accezione di battuto, riferito al tipico uomo moderno sconfitto dalla società, dalla mancanza di comunicazione, dall’arrivismo, dalla violenza e dalla brama di potere, è stato Jack Kerouac. I giovani che fanno parte di questa generazione portano avanti la loro battaglia contro la società borghese, attingendo a un patrimonio letterario che ha radici antiche e profonde. Essi si ispirano in particolare a William Blake, nel tentativo di far rivivere un artista  profeta e visionario, agli scritti di Walter Whitman, da cui ereditano il verso libero, il tema della ricerca di sé e le tendenze mistiche, a Baudelaire, soprattutto nello sforzo di trovare il senso più profondo della realtà immediata e circostante ed infine a Lawrence, di cui apprezzano la franchezza rispetto ai temi sessuali. Il background culturale della Beat Generation è alimentato anche dalle filosofie orientali ed in particolare dal buddismo zen, imperniato sulla meditazione, sulla ricerca della propria essenza e sull’importanza della solidarietà e della collaborazione con gli altri. Dinnanzi ad un mondo carico di ingiustizie ed egoismo, i protagonisti di questo movimento sono pronti a percorrere sentieri sconosciuti per sottrarsi alla morsa del benpensante conformismo borghese, entrando in contatto con nuove forme di espressione, di letteratura, di musica. In particolare è il be-pop, ossia una variante del jazz nata negli anni Quaranta–Cinquanta, basata essenzialmente sull’improvvisazione, tesa a rappresentare una vera e propria rivoluzione: è un fenomeno che coinvolge principalmente i musicisti di colore, i quali, dopo le loro esibizioni nei locali per guadagnarsi da vivere, si riuniscono e danno vita ad un’innovativa forma artistica matura e intellettualmente impegnata.

I giovani della Beat  Generation, animati da amarezza e coraggio, si  adoperano anche a favore dei diritti civili e del disarmo: il 1° febbraio 1960 a Greensboro, una cittadina del North Carolina, in un locale pubblico quattro ragazzi di colore non vengono serviti e gli studenti presenti rimangono seduti in segno di protesta fino all’ora di chiusura, inaugurando così la pratica del sit-in, che sarebbe diventata una delle forme tipiche di manifestazione pacifica. Un altro valido motivo che spinge i giovani americani a scendere in piazza e a far sentire la propria voce è la guerra in Vietnam: numerosissime sono infatti le dimostrazioni organizzate da associazioni come il “Free Speech Movement” che si oppongono alla leva e all’ingerenza militare nel corpo accademico. Partendo dalla critica al conflitto, la contestazione investe l’intero sistema americano, la condizione subordinata della donna, le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale.

Tra gli autori italiani maggiormente interessati al fenomeno della Beat Generation vi è senza dubbio Fernanda Pivano, traduttrice appassionata,  intellettuale vivace e coraggiosa che ha lavorato con gli scrittori più significativi di questa corrente, fornendo loro il proprio sostegno e la propria competenza. Ella ha l’enorme merito di essersi avvicinata allo spirito Beat scevra di pregiudizi, di averlo compreso e trasmesso attraverso le sue opere in maniera sentita, partecipe, coinvolgente: nelle pagine dei suoi libri, vibranti di emozioni, si riescono a percepire le speranze dei giovani autori, i loro sogni e progetti, le loro piccole grandi utopie.  Fernanda Pivano collabora con due dei principali esponenti della Beat Generation: Jack Kerouac e Allen Ginsberg. L’opera principale di quest’ultimo è “Howl”, pubblicato nell’autunno del 1956. Da un punto di vista stilistico egli sperimenta un nuovo tipo di versificazione che si concentra sull’elemento ritmico: la poesia è melodia ammaliante, atta  non a riprodurre in maniera schematica e oggettiva le immagini della realtà circostante, ma l’emozione del poeta davanti ad essa. “Howl” è l’urlo dell’individuo americano di fronte alla società che cade a pezzi, è l’espressione del suo dissenso rispetto alla logica rigorosa  che lo isola dal proprio gruppo.

La traduttrice si occupa anche dell’opera di un altro grande cantore della Beat Generation: Jack Kerouac, che nel 1947 comincia la sua traversata degli Stati Uniti in autobus e in autostop, che lo porta a sperimentare sulla propria pelle quella vita “sulla strada” che è alla base della sua opera più celebre e che gli consente di avvicinarsi significativamente al buddismo. Il suo capolavoro, il testo che è diventato un vero e proprio manifesto della Beat Generation, è per l’appunto “On the Road” del 1957, che vede come protagonisti Sal e Dean, quest’ultimo alter ego di Neal Cassady,  uno dei migliori amici di Kerouac. I due condividono l’emozionante esperienza del viaggio, concepito non solo come spostamento materiale, ma anche come ricerca mentale di un’originaria purezza, di una creatività naturale e viva che sembra essersi persa nei meandri dell’imperante conformismo borghese.

Un universo complesso e affascinante, dunque, quello della Beat Generation, carico di significati e foriero di decisivi cambiamenti, che può essere descritto  efficacemente attraverso le parole del poeta  Gregory Corso : “Beat descrive uno stato d’animo spoglio di ogni sovrastruttura, sensibile alle vicende del mondo esterno, ma insofferente delle banalità. Essere beat significa essersi calati nell’abisso della personalità, vedere le cose dal profondo”.

Fonte dell’immagine:  www.arezzopolitica.it

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