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Le emozioni cibernetiche

cervello_stancoL’ho guardato negli occhi e gli ho carezzato il mento con una mano tremante ma decisa. Eravamo in una stazione confusa tra arrivi e partenze, ma sapevamo, dopo quello sguardo e quella carezza, che al ritorno delle sue valigie e alla sosta temporanea delle mie ci saremmo parlati senza bisogno di dire niente.

Sono trascorsi cinque anni, non ero ancora ventenne ed ero quindi giovanissima – e lo sono tuttora – ma rapportandomi ai “ragazzi del muretto” che son venuti dopo, mi sembra di avere, oggi, il doppio della loro età. Assomiglio molto alla vecchia zia acida di turno, quella che, anche se non ha nulla da ricordare, si lascia trasportare dalle note melanconiche del più classico dei luoghi comuni stereotipati: “Però ai miei tempi…”. Vorrà dire che me ne farò una ragione, perché, in effetti, i miei tempi un po’ diversi lo erano per davvero. Forse esiste una differenza sottile ma abissale tra il crescere e il vivere ai tempi di internet e il nascerci invece già dentro. Quello che nel primo caso è un’opportunità, una possibilità tra altre possibilità, nel secondo diviene variante unica e insostituibile. Innegabili sono i vantaggi che le nuove tecnologie hanno portato nella vita quotidiana, ma altrettanto innegabili sono le conseguenze che si pagano nell’ambito dei rapporti umani. L’accessibilità della comunicazione, l’interattività semplice e rapida e la libertà di espressione informatica, nel senso di una notevole disinibizione e scioltezza all’interno del locus ciberneticus, non per forza devono intendersi come segno di progresso. Forse progresso tecnico, ma non progresso umano: molto spesso al crescere dell’uno, l’altro diminuisce. La connessione sul cellulare, ad esempio, dona a tutti il dono dell’ubiquità, ma realizzando senza troppe difficoltà la condizione ontologica dell’hic et nunc, il presente del qui e ora, difatti tende ad eliminarla nel momento stesso in cui la produce. Non vi è più un qui e ora definito e circoscrivibile perché tutto può essere qui e ora. Si è quindi ovunque ma senza essere davvero da nessuna parte. Durante l’aperitivo in compagnia c’è sempre qualcuno che evade dal mondo reale per rifugiarsi in quello virtuale (per accedere al profilo di un social network, per inviare sms, per navigare senza scopo – ognuno di noi l’avrà fatto almeno una volta), quasi come se il binomio realtà-irrealtà  si capovolgesse e in preda ad una vera e propria distopia l’al di qua (dallo schermo) diventasse immediatamente l’al di là. I rapporti si svuotano, i like aumentano. La lingua italiana accoglie nuovi verbi, come quel taggare che pare diventare marca esistenziale. “Sei stato/a taggato/a in una foto” quindi ci sei, confermi la tua presenza nel mondo. Totalmente calati in questa conformazione di pensiero sono soprattutto i nuovi adolescenti, quei bambini frettolosi cresciuti senza “Holly e Benji” o “Sailor Moon”, con troppe poche ginocchia sbucciate e senza i “Lego” o i “Sapientino”. Hanno però avuto infiniti videogiochi, diversi ma tutti uguali, un profilo facebook e un cellulare già a dieci anni. Hanno tolto fisicità alle emozioni, e hanno eretto barricate di frasi, a volte ad effetto, altre volte volgari, quasi sempre sgrammaticate, per tentare di conquistare persone con le quali, nella vita reale, non riescono neppure ad interagire minimamente. Trovandomi a ripensare adesso a quella vecchia carezza un po’ spaventata, ecco che mi sembra sicura, convinta, coraggiosa. Vera.

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