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Il film come viaggio

“E fu lì che una meravigliosa invenzione tecnica mi permise di vedere l’alba per la prima volta dopo duecento anni”

Queste sono le parole del vampiro Louis, interpretato da Brad Pitt in “Intervista col vampiro”, riferite al cinema. È una frase che, dalla prima volta che l’ho sentita, mi ha sempre portato a riflettere sul potere delle immagini. L’uomo è sempre stato curioso di conoscere, di viaggiare, ma non a tutti è data la possibilità di poter visitare l’intero mondo, di poter vedere ogni luogo nascosto del globo. Eppure quest’aspirazione, più o meno sopita, è presente in tutti noi. Prima dell’invenzione del cinema c’erano strumenti come la lanterna magica o il “mondo nuovo”, che portavano in giro vetri e illustrazioni di famose piazze, di panorami di città lontane. Chi non poteva viaggiare si  nutriva di quelle immagini, le studiava, rimaneva estasiato davanti a luoghi che mai in vita sua avrebbe visto.

Così, con l’avvento del cinema, la nostra fame di viaggiare si è acuita e il menù è diventato più vario e sofisticato. Il concetto sta proprio nell’idea espressa da Louis: tramite il film io vedo quello che nella vita non posso vedere.

Ecco allora che oltre la storia la scelta e l’allestimento del set diventano fondamentali.

Quest’articolo, dunque, diventa una sorta di fotoreportage sui generis, un mio personale tributo ad alcune pellicole che hanno stuzzicato la mia fantasia e la mia voglia di viaggiare.

Vi scrivo, dunque, per associazione libera, segnalando alcuni dei film che più mi hanno colpito da questo punto di vista.

“Io sono Li” (di Andrea Segre), ambientato in una Chioggia estremamente suggestiva.

“Gente di Roma” (di Ettore Scola), che mette una Roma quanto mai realista al servizio di varie storie di romani e romani d’adozione.

“Dopo mezzanotte” (di Davide Ferrario), che si concentra sul simbolo di Torino, la Mole Antonelliana.

“Agata e la tempesta” o “Giorni e Nuvole” (di Silvio Soldini), entrambi mostrano i diversi colori di Genova.

I film che invece mi hanno permesso di fantasticare sul Regno Unito sono stati “Match Point” e “Scoop” (di Woody Allen), ma anche, mostrando la quotidianità di chi vive in Inghilterra, “Sognando Beckam” (di Gurinder Chadha) e Birthday Girl (di Jez Butterworth)

“L’appartamento spagnolo” (di Cédric Klapisch) mi ha portato in Spagna, e con lui, inutile dirlo, tutti i film di Almodovar.

Da non trascurare l’ambientazione del nord Europa per la quale cito “Lasciami entrare” (di Tomas Alfredson), che pur non concentrandosi su una capitale europea, ci permette di buttare un occhio su una Svezia invernale, su una scuola diversa dalla nostra, ma con problemi alla base, come il bullismo, non tanto lontano da noi.

Se si attraversa l’oceano inizia ad esserci davvero l’imbarazzo della scelta. Per New York citerei, uno per tutti, “Manhattan” (di Woody Allen), che già dal titolo promette un buon protagonismo della città.

Un film che mi ha sempre affascinato per il tipo d’ambientazione è “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” (di Jon Avnet); mentre per Chicago citerei l’intramontabile “The Blues Brothers” (di John Landis); andando a finire, poi, a Los Angeles con “Chi ha incastrato Roger Rabbit” (di Robert Zemeckis) oppure a San Francisco con “Provaci ancora Sam” (di Woody Allen).

Per Seattle mi ha sempre colpito un film che riguardo al viaggio è una fonte proficua di suggestioni: “Il piccolo Buddha” (di Bernardo Bertolucci), che ci porta da una Seattle blu a un viaggio in Asia, nella terra del buddismo, tra passato e presente. Restando in zona si può parlare di “Sette Anni in Tibet” (di Jean-Jacques Annaud)

Per la Cina citerei “il ventaglio segreto” (di Wayne Wang), “l’ultimo imperatore” (di Bernardo Bertolucci) e “Balzac e la piccola sarta cinese” (di Dai Sijie); prima di lasciare l’Asia passerei per il Giappone con “L’estate di Kikujiro” (di Takeshi Kitano).

Un tributo all’Africa con: “Nowhere in Africa” (di Caroline Link), o il più conosciuto “la mia Africa” (di Sydney Pollack) entrambi ambientati in Kenya. “Uomini di Dio” (di Xavier Beauvois) ambientato in Algeria. Per il SudAfrica cito “In my country” (di John Boorman) e “Un’arida stagione bianca” (di Euzhan Palcy).

Tornando in America, ma questa volta al sud, impossibile non citare “I diari della motocicletta” (di Walter Salles), per il Brasile segnalerei la bellezza di “Central do Brasil” sempre di Salles.

Quest’elenco è ovviamente personale, sommario e assolutamente incompleto. Spero, tuttavia, che possa essere stato uno spunto interessante per tutti voi potenziali viaggiatori.

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