Articolo

Uno Per Tutti: il noir torbido di Calopresti

L’ultimo lavoro del regista Mimmo Calopresti, Uno per tutti,  nasconde il suo vero significato fra i troppi “non detti” e i molti “già ascoltati”

Uno per tuttiGiunto nelle sale cinematografiche italiane lo scorso 26 novembre 2015, Uno per tutti, lungometraggio drammatico che porta la firma di Mimmo Calopresti e della sceneggiatrice Monica Zapelli, è liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gaetano Savatteri, edito da Sellerio nel 2008. L’opera, prodotta da Minerva Pictures Group e distribuita da Microcinema, è un noir dalle tinte fosche, quasi torbide, della durata di 85 minuti.

Il prodotto finale presenta un enorme problema di fondo: la storia inizia troppo tardi (intorno agli 11 minuti) e finisce troppo presto (a mezz’ora dalla fine è palese quale sarà l’epilogo)! Nonostante l’arco temporale così creato, Uno Per Tutti è caratterizzato da un’impalcatura interessante, ma che al contempo genera una sorta di spaesamento nello spettatore. La vicenda che a una prima visione appare come la principale – la tragica situazione nella quale viene a trovarsi il personaggio interpretato dal giovane Lorenzo Barone – in realtà non è altro che un pretesto per fare spazio all’iniziale sottotrama che, poco alla volta, incalza sino a sovrastare tutto, invadendo ogni dettaglio e mostrandosi come vera trama: l’irrisolta questione fra i protagonisti presentati in quegli 11 minuti d’inizio film e interpretati da Fabrizio Ferracane, Giorgio Panariello e Thomas Trabacchi. Con queste due storie che scorrono parallele, lo spettatore rischia di perdersi nelle trame e di perdere, lungo il corso degli sviluppi narrativi, passaggi fondamentali per ricomporre i due puzzle delle immagini legate l’una a l’altra da un doppio filo strutturale. L’evoluzione narrativa viene sovraccaricata dai personaggi che trasudano cliché da ogni poro (moglie infelice e depressa, amante bella quanto una top model e, per ultimo, l’avvocato interpretato –  male, tra l’altro! – dallo stesso Calopresti): il ritmo rallenta e nulla di nuovo e significativo va ad aggiungersi alle tracce proposte.

L’intera pellicola si evolve in maniera fredda e del tutto distaccata, ma non può essere trascurata una piccola nota di merito: l’emergere della velata positività delle ultime generazioni, che appaiono più mature e in grado di assumersi le proprie responsabilità, in quell’eterno e non ancora superato monito de “le colpe dei padri ricadono sui figli”.

Così concepito, per quanto interessante come prova proposta, il film potrebbe apparire pesante e lento; per fortuna c’è il montaggio, che diventa una vera e propria riscrittura narrativa, di Valerio Quintarelli: un mezzo miracolo che va a salvare in calcio d’angolo il regista Calopresti.

Riassumendo, senza l’intenzione alcuna di far polemica, ma cercando di essere il più possibile obiettivi:

Calopresti: ritenta, sarai più fortunato;

montaggio: lavoro interessante che prova a dare quel ritmo mancante;

Panariello: meriterebbe più ruoli drammatici e di spessore, molto buona questa sua prima prova.

blog comments powered by Disqus