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La Terra dei Santi: i due volti della Calabria

Arriverà nelle sale italiane il prossimo 26 marzo il film La Terra dei Santi del regista lametino Fernando Muraca (più conosciuto al pubblico italiano per le regie televisive di prodotti come Rex e Don Matteo)

la terra dei santiIl lungometraggio – della durata di 81 minuti – è prodotto da Marianna De Lisio per Kinesis Film in collaborazione con RaiCinema e distribuito da ASAP Cinema Network; inoltre, il film è stato riconosciuto di interesse culturale con il contributo economico del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo – Direzione generale per il Cinema.

Il film – che vede fra i suoi interpreti attori del calibro di Valeria Solarino, Lorenza Indovina, Antonia Daniela Marra, Ninni Bruschetta e Francesco Colella – narra dell’entità ‘ndranghetistica attraverso gli occhi delle donne: donne come il magistrato Vittoria (Solarino) che lascia volutamente il nord per iniziare la sua carriera a Lamezia Terme, Assunta (A. D. Marra) e Caterina (Indovina) sorelle entrambe legate non solo a uomini che fanno parte di «famiglie» appartenenti alla ‘ndrangheta, ma che dalla «famiglia» stessa sono totalmente assorbite sino quasi a non esistere più, pur dovendo prendere alla volte le redini di intere organizzazioni (nel momento in cui ad es., i loro uomini vengono uccisi o sono latitanti).

Nel titolo dato all’articolo, parliamo di una Calabria dai due volti e questo passaggio nonché aspetto antropologico lo spiega molto bene, in un’intervista in merito al film, Mons. Bregantini:

da un lato vi è il volto antico, quello di una Calabria che nella sua storia ha visto per davvero molti Santi essere originari di questa terra, e poi c’è il volto di donna: come di chi sopporta lo strazio e il tormento, ma che allo stesso tempo è desideroso di reagire

Pertanto, chi immagina di vedere ancora una volta sullo schermo quelle scene alle quali determinate serie tv e film per il piccolo schermo che trattano lo stesso genere ci hanno così tanto abituati, forse rimarrà un po’ deluso.

Ciò che emerge più di tutto è la rabbia molto forte di chi – le donne, appunto – appare come scisso e profondamente logorato nello spirito: come poter rinnegare le proprie origini? Come poter continuare ad abitare di fianco a chi ha ucciso e quindi strappato via per sempre un amore (marito, figlio) che non tornerà mai più indietro?

Questa geografia di luoghi aspri e taglienti, non da cartolina del Sud e sapientemente realizzati attraverso una fotografia dalle tonalità a tratti fredde affidata a Federico Annicchiarico AIC, si mescola alla geografia degli occhi annientati di chi non è stato educato sin da piccolo ad una prospettiva di una vita bella e libera e il lavorio di una mentalità insana, ha portato ad una graduale perdita del libero arbitrio e conseguente annientamento di sé.

Nel film si giunge a parlare dell’estrema decisione di voler togliere «la patria potestà» alle madri mafiose: è giusto? Non è giusto? Il film non da soluzioni, ma riflessioni in merito e di sicuro sarà grande fonte di dibattito.

In un’intervista rilasciata dal regista al settimanale d’informazione dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, “Parole di Vita”, Muraca afferma che

il film non è contro qualcuno e non è un film di denuncia. È piuttosto un atto d’amore a tutti i miei conterranei, nessuno escluso”.

È un film necessario che merita di essere visto, sia per apprezzare un ottimo testo che Muraca ha realizzato a quattro mani con la sceneggiatrice Monica Zapelli (I cento passi, Almast Blue, Maria Montessori, Enrico Mattei) sia per ponderare e finalmente aprire spiragli di riflessione su condizioni e problematiche di cui spesso e volentieri non se ne conosce il tormento o più semplicemente “non è bene” ragionare su taluni argomenti.

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