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“Into the woods”: Il bosco delle fiabe è il labirinto della vita

Into the woods di Rob Marshall, rifacimento filmico dell’omonimo musical di Broadway scritto da Stephen Sondheim e James Lapine nel 1986, è un romanzo di formazione in forma visiva e musicale che porta ognuno di noi ad una maggiore consapevolezza della propria vita e quotidianità

C’era una volta, in una terra lontana lontana, un piccolo villaggio abitato da persone umili e oneste, tra cui vi era un giovane fornaio e la sua bella sposa, desiderosi come nessuno mai di poter allargare la propria famiglia dando alla luce un candido e puro bambino; c’era una volta, nel medesimo villaggio, una birichina e sfrontata ragazzina, che non sapeva trattenersi dal rubare le leccornie impastate dal fornaio, nonostante la madre le avesse detto di recarsi alla svelta dalla nonna, protetta solo dalla sua mantella rossa; c’era una volta, un po’ più appartata da lì, la povera fattoria di una donna senza marito, costretta a crescere il figlio Jack grazie al misero supporto di un’unica mucca, finché Jack non scalò una enorme pianta di fagioli e portò a casa incredibili oggetti d’oro; c’era una volta un’orfana, gentile e aggraziata, ridotta a vivere nella sporcizia e nella miseria dalla matrigna e dalle sorellastre, che le impedivano di partecipare al ballo indetto dal principe al palazzo reale; e c’era una volta, infine, una ragazza bellissima, dai capelli biondi e lunghissimi, costretta a vivere isolata in una torre senza porte, costruitale dalla madre – una strega perfida e potente – per poter tenere sempre con sé la sua Raperonzolo.

into the woods-posterSono queste le quattro fiabe classiche scelte per tessere la tela di Into the woods, la pellicola diretta da Rob Marshall nelle sale dal 2 aprile, rifacimento filmico dell’omonimo musical di Broadway scritto da Stephen Sondheim e James Lapine nel 1986. Ad intrecciare i fili delle più famose fiabe c’è l’inedita storia del fornaio e della moglie, resi sterili dalla già citata strega cattiva, e per la quale dovranno raccogliere nel bosco quattro elementi magici (la mantella di Cappuccetto Rosso, le scarpette dorate di Cenerentola, la bianca mucca di Jack e la ciocca di capelli di Raperonzolo) se vorranno diventare genitori.

Il film, così come il musical, seduce per l’intrinseco potere attrattivo della fiaba e la potenza trascinatrice della musica. Marshall, del resto, ha voluto seguire il solco tracciato dalla coppia Lapine-Sondheim trent’anni fa, mettendo al centro della sua sceneggiatura la portata universale ed allegorizzante della fiaba. La storia che si vuole raccontare, allora, ha poco a che fare – a ben guardare – con i vari e strambi personaggi che la tradizione popolare (prima ancora dei fratelli Grimm) ha saputo creare, e poco realisticamente si ambienta in luoghi sperduti e pieni di magia; la storia che si vuole raccontare riguarda tutti noi, nessuno escluso, e noi in quanto persone, noi in quanto umani.

Particolarmente significativa è pertanto la scelta delle quattro fiabe e – più ancora – il metodo con cui esse vengono plasmate, modificate e messe in contatto tra di loro. E imprescindibilmente rilevanti sono i refrains delle due canzoni di maggior importanza del film, ripetuti talmente tante volte da assurgere addirittura a formule magiche: si tratta di I wish e Into the wood (che, volto al plurale, dà il titolo al musical). Il secondo ci fa capire sin da subito che quel bosco che tutti temono, ma che necessariamente devono attraversare, è – fuor di metafora – la vita stessa, tanto che le vicende dei vari personaggi vengono immerse in un’immobilità nullificante prima di che essi si decidessero ad entrare nel bosco, dove incontreranno gioie, dolori e forti emozioni, dove la loro vita finalmente si muoverà.

E la caratteristica principale di tutti gli “attraversamenti boschivi” presenti nel film – e quindi dello scorrere della vita di ogni persona reale – è il desiderio, quell’I wish già citato, come del resto avevano già intuito benissimo Leopardi e Schopenhauer nel diciannovesimo secolo. È il desiderio la matrice di ogni nostra mossa, ma gli sceneggiatori ci avvertono che spesso l’uomo non ha piena coscienza di ciò che vuole, puntando così troppo in alto. Non è un caso che questo ci venga mostrato soprattutto attraverso il personaggio di Cenerentola, dubbiosa nell’arrendersi alle avances che il principe azzurro le fa per tre notti di seguito: sognare in grande può essere pericoloso, esattamente come non sognare affatto e reprimere i propri desideri.

Se Lapine, Sondheim e Marshall sono debitori della geniale intuizione esistenziale del grande recanatese e del pungente tedesco, c’è un altro letterato nostrano a cui vanno riconosciuti i giusti meriti profetico-analitici: si tratta di Ariosto, che non a caso aveva tratteggiato, nel suo Orlando Furioso, la vita come un eterno labirinto, dove ognuno insegue delle chimere irraggiungibili – a simbolo dell’irraggiungibilità dei desiderio ci sono, qui nel musical, soprattutto il fornaio e sua moglie, che continuamente acquisiscono e prontamente perdono i quattro oggetti che li renderanno di nuovo fertili –, senza accontentarsi di ciò che ha.

Perché Bob Marshall ha voluto ridare lustro a questo musical di Broadway proprio ora? Va innanzitutto notato che grande è l’impiego che l’arte dei Lumière fa del materiale fiabesco negli ultimi anni, e grande è la risposta che il pubblico dà a tale tipo di proposta. Basti ricordare il successo che, dal 2011 a questa parte, sta riscuotendo la serie tv americana Once upon a time (C’era una volta) – che con Into the woods condivide la rielaborazione del mito e la mescidazione delle varie storie –, primo prodotto di una catena di pellicole di diretta derivazione fiabesca (si pensi a Biancaneve con Julia Roberts, del 2012; a Biancaneve e il cacciatore, del medesimo anno; o ai più recenti Maleficent e Cenerentola). E non è un segreto, fra l’altro, che Tim Burton vorrebbe realizzare a breve una sua versione di Pinocchio.

Evidentemente la fiaba è un medium più rassicurante e spensierato per riflettere sul mondo, su di noi e sugli altri: in sostanza, ça va sans dire, sulla vita. Si può cantare a squarciagola sui ritornelli delle canzoni di Into the woods, passando due ore in allegria, senza che la portata riflessiva del film venga meno: la fiaba proietta all’esterno di noi e in termini assoluti le nostre paure, i nostri desideri, i nostri rancori, le nostre emozioni più pure e quelle più torbide, mostrandoci a cosa potrebbe portarci un comportamento determinato di volta in volta da ciò che abbiamo dentro.

Non è un caso, allora, che i veri protagonisti del film siano il fornaio e sua moglie, e quindi due personaggi inventati di sana pianta da Lapine e Sondheim, oltre che due personaggi molto vicini alla quotidianità di tutti noi. E non è un caso, inoltre, che ciò che in apparenza ha forma fiabesca – i paesaggi ameni, il dipanarsi della storia verso il classico lieto fine, il trionfo del vero amore e dei buoni sentimenti, la magia e il ripetersi di numeri antropologicamente significativi – si disperda e si degradi nella seconda parte della storia, che risulta quindi essere bipartita: un terremoto distrugge il reame, il marito di Cenerentola – nonché principe azzurro – tradisce la novella sposa con la moglie del fornaio, ella stessa – nonostante fosse la figura femminile di maggior spicco dell’intera pellicola – perisce cadendo da un burrone.

Nella seconda parte del film va in scena l’incubo – e si inverte l’ordine cronologico della più grande allegoria che si sia mai prodotta nella storia della letteratura, la Divina Commedia, dove il Dante agens passa prima per l’inferno, per approdare solo in seguito in paradiso. Nondimeno l’incubo porterà ad un lieto fine decisamente meno canonico, eppure certamente più reale, inevitabilmente più vero. È il lieto fine a cui ognuno di noi può aspirare: accontentarsi della propria vita, unica sempre e senza ombra di dubbio, e impreziosita dalla presenza dei nostri cari: non importa se si è fornai o principi, ciò che certo è che No one is alone, nessuno è solo.

Si diceva di come Into the woods tenda a stagliarsi nel campo d’azione della vita vera, della realtà quotidiana. Proprio per questo i creatori della vicenda hanno optato per la scomparsa di una figura che rappresentasse il male assoluto, pure sempre presente in qualsivoglia favola che si rispetti. La strega – mirabilmente interpretata da Meryl Streep –, difatti, conserva sì alcune caratteristiche che sono proprie dei cattivi (di certo non si tratta di una donna generosa, né usa i poteri di cui dispone per fare del bene), ma al contempo risulta essere vittima di uno sgarbo fattole dal padre del fornaio – al furto nel suo orto deve il suo aspetto invecchiato –, sa essere una tenera (e fin troppo protettiva) madre, e finanche offre un accordo pacificatore al fornaio stesso, del quale diventa alleata nella seconda metà del film. Lo stare al mondo, del resto, ci insegna ogni giorno che l’umanità non è mai perfettamente buona né perfettamente cattiva, che ognuno di noi sa essere al contempo bestia e angelo, e che il relativismo è l’unico strumento intellettuale per decifrare veramente il mondo.

Into the Woods

Eppure è proprio da tale caratteristica che deriva uno dei difetti del film. L’assenza di un nemico da sconfiggere indebolisce la trama, alleggerendo non poco la suspense che lo spettatore è indotto a provare. Va inoltre notato che, spesso, i dialoghi e le azioni dei personaggi sono mancanti del giusto spessore psicologico, riducendo gli stessi all’incarnazione di astratti principii più che a figure cesellate a tutto tondo. Per esempio, non trova giustificazione psicologica – oltre che narrativa – il tradimento della moglie del fornaio, fino a quel momento pia e devota alla famiglia. In aggiunta, la volontà di fornire un livello di lettura altro rispetto a quello denotativo, rispetto al semplice svolgersi degli eventi, e anzi la volontà di dare la preminenza a tale piano conoscitivo ha comportato il crearsi di nodi narrativi mai sciolti. Basterà un caso esplicativo: dai primi minuti del film si viene a sapere che Raperonzolo altri non è che la sorella del fornaio, benché i due siano stati separati alla nascita: eppure il fornaio, per tutta la durata del musical, non cercherà né parlerà mai della sorella, né Raperonzolo verrà a sapere di non essere figlia unica. L’impressione che si ha è pertanto quella di una trama non ben studiata, in fin dei conti trascurata per dar spazio all’interpretazione esistenziale della stessa.

La bravura attorica dei personaggi – su tutti, lo si diceva, la disinvoltura di Meryl Streep nel ruolo della strega, nonché l’efficace semplicità della recitazione di Emily Blunt nei panni della moglie del fornaio –, oltre all’orecchiabilità delle musiche e all’intento riflessivo della trama rendono, ad ogni modo, la visione di Into the woods piacevole. Si tratta di un romanzo di formazione in forma visiva e musicale, che porta ognuno di noi ad una maggiore consapevolezza della propria vita e quotidianità, ma lo fa costringendoci a fischiettare i motivi più incalzanti dal primo sino all’ultimo ciak.

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