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“Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson

«Vorrei vivere in un film di Wes Anderson…»

Inizia così una canzone della band indie romana I Cani, battezzata per l’appunto Wes Anderson. Il brano accenna ed esalta molti aspetti tipici dello stile del regista: le inquadrature simmetriche, l’assenza di antagonisti e i finali agrodolci. Tali aspetti il cineasta americano se li è tenuti stretti in ogni pellicola, compresa l’ultima fatica Grand Budapest Hotel. Con qualche piccola eccezione…

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Siamo nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka: qui, tra le cime innevate si erge il Grand Budapest  Hotel, con all’interno il suo inarrestabile focolare di esistenze. La modalità visiva con cui ci vengono presentate permette subito i primi parallelismi con l’ultimo capolavoro del regista: Moonrise Kingdom. Scenografia fiabesca color pastello dipinta a mano da un bambino, lunghi carrelli a sezionare le ambientazioni del film, movimenti angolari e suddivisione in capitoli. Ma non è tutto un rimando al predecessore.

I film di Anderson partono da un evento scatenante – la fuga dei bambini di Moonrise Kingdom, l’uccisione del collega da parte dello squalo in Le avventure acquatiche di Steve Zissou – e poi da lì, a valanga, si scatenano gli eventi. In Grand Hotel Budapest invece Anderson crea una narrazione a scatole cinesi dove la storia ci viene raccontata tramite la voce dei personaggi. È il racconto su cosa è narrato nel romanzo Grand Budapest Hotel. Ce lo spiega nella scena iniziale Tom Wilkinson, ma nemmeno poche battute e lo vediamo subito da giovane, interpretato da Jude Law. Da qui si origina lo sviluppo dicotomico e spesso in antitesi che caratterizza la narrazione: il giovane con il vecchio, il presente con il passato, ma soprattutto dramma e commedia.

All’interno dell’hotel il regista scatena tutti i suoi virtuosismi e la visione è letteralmente una gioia per gli occhi. Dai colori delle divise, all’arredamento, alle geometrie dei tappeti e degli interni, tutto fa parte di un cosmo perfetto e compatto. Qui avviene un altro scatto: dallo scrittore si passa al protagonista Zero Moustafa, aiutante di M. Gustave, il concierge dell’albergo: seduttore di vecchie ricche finirà nel vortice degli eventi – e purtroppo anche della Storia –  quando una delle sue “fiamme” gli farà ereditare un prezioso quadro. Da qui le sequenza magnifiche si sprecano, tra escape-movie e commedia.

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Il cast è un’autentica antologia di personaggi indimenticabili. Nonostante la solita coralità tipica di Anderson, Ralph Fiennes spicca in maniera eccelsa: il suo Gustave è caricaturale, istrionico, altrettanto intenso e drammatico. Indimenticabile. Come i cattivi Dafoe e Brody: chi ha detto che nel cinema di Anderson non ci sono gli antagonisti? Quasi un lusso il resto dei camei e delle piccole partecipazioni: Bill Murray, Keitel, Swinton, Goldblum, Norton, Wilson e tutta l’allegra brigata ormai consolidata negli anni.

Altra tratto distintivo di Grand Budapest Hotel: se i film del regista americano sono spesso atemporali, delle fiabe fuori dal tempo e dallo spazio, qui – per quanto velati – i riferimenti alle “brutte” vicende del Novecento si colgono palesemente.

Ennesimo capolavoro dove si ride e ci si emoziona, anche stavolta fino alle lacrime a causa dell’amore tra Zero e Agatha e alle sorti di M. Gustave, con Grand Budapest Hotel Wes Anderson si conferma uno dei più grandi e amati autori in circolazione. Fedele al suo stile, ma consapevole delle potenzialità di crescita e innovazione, non possiamo che augurare al regista una lunga serie di film di come questo. Nella speranza di realizzare il verso di quella canzone citata all’inizio.

 

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