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Café Society. Un Woody Allen dal retrogusto ozpetekiano

Chi non ha mai avuto un sogno nel cassetto? O almeno, chi non ha mai desiderato di migliorare le proprie condizioni socio-economiche, elevandole sempre verso mete più lontane e affascinanti? È con questa premessa che Café Society – primo film girato in digitale da Woody Allen – prende il là

Bobby – interpretato da Jesse Eisenberg – conquista subito lo spettatore con quella sua aria spaesata e dolce, affatto veloce nel recepire alcuni messaggi, ma orgoglioso e pronto a rimboccarsi le maniche, se occorre.

Il tutto è ambientato nella fumosa ed elettrizzante Hollywood anni ’30, fra party vari ed individui famosi -o aspiranti tali- dall’aria perennemente snob, seppur disponibili ed inclini all’amicizia (bellissima la fotografia di Vittorio Storaro, che ne sottolinea e risalta ambienti ed atmosfere). Le battute -come in quasi tutte le opere di Allen- sono incalzanti, repentine, dal ritmo frenetico, taglienti e geniali. È possibile ritrovare nel lungometraggio d’apertura al Festival di Cannes 2016, tutte quelle caratteristiche che, come leitmotiv, rendono uniche e inimitabili le opere di questo regista.

Ma non è questo un film sospeso nel tempo o addirittura intrappolato in esso, bensì è un film che utilizza quella frivolezza tipica di quei primi decenni del ‘900, per parlare a noi -di noi- in questi primi decenni degli anni 2000. Siamo distratti, egocentrici, insoddisfatti, adagiati e/o adeguati, non sapendo più riconoscere le persone o le cose davvero importanti: si veda ad esempio la titubanza amletica della protagonista Vonnie (interpretata da una non molto convincente Kristen Stewart) o la preoccupazione della signora Rose per il suo primogenito e la sua decisione di cambiare credo religioso, anziché preoccuparsi per lui a causa della condanna a morte che incombe sul ragazzo. Quello che tiene tutto ben legato, è quella velata e a tratti esplicita malinconia che poco alla volta, pervade ed avvolge il tutto sino al finale.

Ed è questa una malinconia -forse- inattesa per una manifattura di Woody Allen (che sia questa dovuta all’età?). Un Allen questo, che attraverso Bobby e Vonnie ed il loro aspettarsi senza mai raggiungersi, sa e rievoca un Ferzan Ozpetek d’annata: correva l’anno 2010, quando nel film Mine Vaganti, il personaggio della Nonna dopo aver vissuto una vita ricca, piena e tutto sommato felice, ci confidava che «gli amori impossibili non finiscono mai. Sono quelli che durano per sempre»: non ci comunica proprio tutto questo, Woody Allen, sul finale?

Scheda filmica

 
Genere: commedia/sentimentale

Regia/Sceneggiatura: Woody Allen

Fotografia: Vittorio Storaro

Montaggio: Alisa Lepselter

Produzione: FilmNation Entertainment, Gravier Productions, Perdidio Productions

Distribuzione: Warner Bros.

Durata: 96 min.

Uscita: 29/09/2016

 

locandina

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