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Birdman – L’imprevedibile virtù dell’ignoranza

Nel libro Le parole raccontate – piccolo dizionario dei termini teatrali, edito da Rizzoli,  Andrea Camilleri afferma che:

«L’Attore è colui il quale, in un funerale, vorrebbe essere il morto»

 

E non possiamo non essere d’accordo con quanto sostiene Camilleri perché, sì, l’attore è sempre desideroso di stare al centro dell’attenzione (non lo fa per cattiveria o sfacciataggine, è la sua natura!), ha sempre bisogno di sentirsi amato e alle volte è disposto proprio a tutto per eccellere e brillare, finanche morire sul serio.

birdmanQuanto detto, sarebbe più che sufficiente per descrivere, superficialmente, l’ultimo lavoro cinematografico di A. G. Iñárritu, Birdman, di cui ha curato sceneggiatura, regia e produzione.

Birdman non è solo un film che narra uno spaccato di vita attoriale ben preciso, è Cinema nella sua essenza più pura e profonda. Cinema che parla di cinema e guarda al cinema passato, per analizzare e ammonire il cinema presente e spronare il cinema futuro.

Quelle che scorrono sullo schermo sono due ore piene di riprese realizzate in camera a mano e piani sequenza dalle immagini morbide, pulite, avvolgenti, eleganti, in grado di riportare alla mente i giochi di riprese e montaggio effettuati da Orson Welles in Quarto potere (1941), dove tramite l’utilizzo del crane shot e carrellate la macchina da presa entrava letteralmente nella materia e la superava (si prenda ad esempio una sequenza d’immagini con la camera che entrava in una insegna luminosa), conducendo per mano lo spettatore in altri luoghi (in Iñárritu si pensi all’entrata in camerino attraverso il superamento dell’inferriata esterna della finestra). E, a completare il tutto, si aggiungono i piani sequenza geometrici e uniformi alla Rope di Hitchcock o alla Kubrick. 

Facendo il verso ai blockbuster odierni (ormai sfornati in serie perché poco importa se vi è o meno un copione: quel che conta è l’incasso), la scena più toccante dell’intero film è riconducibile per l’assonanza del “volo” a quel finale incredibile, e per l’occasione rispolverato, di Miracolo a Milano di De Sica e a quel Neorealismo dal tocco magico che assesta un bel gancio nello stomaco a questi prodotti realizzati tutti uguali senza la più minima variazione (qualcuno infatti ipotizza anche la fine di casa Marvel, se il pubblico inizierà a stancarsi degli infiniti Avengers).

Insomma, Iñárritu prende il meglio del Cinema che è stato e lo riplasma, lo “rinfresca” e gli dona nuova luce e vita; come accade con i vestiti rimessi addosso dopo averli lasciati per tanto tempo sgualciti negli armadi. Bisogna prendersi cura del proprio passato per poter andare incontro ad un raggiante futuro. Perché è così che si fa il Cinema, quello vero: è coerente con sé stesso, cambia senza cambiare e si riscrive in continuazione senza mai smarrirsi inseguendo subitanei bagliori.

A dir poco geniale l’utilizzo della sola batteria posta in colonna musica, che entra ed esce dalla narrazione diegetica con assoluta disinvoltura. Batteria che accompagna e sottolinea il dramma di ogni singolo personaggio perché, come scriveva Pirandello (autore che in qualche modo si palesa nella messa in scena adottata da Iñárritu) in Sei personaggi in cerca d’autore: 

«Il dramma è dentro di noi, siamo noi».

Film imperdibile (di cui se ne consiglia la visione in lingua originale) che sicuramente farà incetta di statuette dorate.

Uscita ITA: 5 febbraio 2015

Genere: drammatico, commedia

Anno: 2014

Regia: Alejandro González Iñárritu

Sceneggiatura: A.G. Iñárritu, Armando Bo, Nicolas Giacobone, Alexander Dinelaris

Attori: Michael Keaton, Edward Norton, Emma Stone, Naomi Watts, Zach Galifianakis,

Amy Ryan

Fotografia: Emmanuel Lubezki

Montaggio: Douglas Crise

Musiche: Antonio Sanchez

Produzione: New Regancy Pictures, Worldview Entertainment

Distribuzione: 20th Century Fox

Paese: USA

Durata: 119 min.

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