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VÌOLA: Andi Kacziba e la rinascita delle donne

VÌOLA: in mostra a Milano il coraggio e la forza di Andi Kacziba, ex modella ed ex fotografa di origini ungheresi. 41 opere scandagliano il complesso e multiforme universo femminile

«L’ossessione per l’infinita giovinezza e bellezza si scontra con il tempo biologico. Sempre più donne sono così portate a vivere il dramma della mancata o negata maternità»

Andi Kacziba

Andi Kacziba: classe 1974, un carattere forgiato tra l’Est dell’Europa e il Nord dell’Italia, un mondo di storie sospeso tra l’Ungheria e Milano; il peso e la leggerezza di essere donna, la sensibilità e la sfida dell’esserlo in un nome prettamente maschile. Andi sta infatti per Andrea, il cui significato allude alla mascolinità, alla virilità, alla forza. Ma la forza è donna, e quella di Andi si vivifica nel dolore, nella ricostruzione, nell’accettazione delle brutture come spinta propulsiva per il cambiamento.

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Andi Kacziba è nata in Ungheria nel 1974 e dal 1997 vive e lavora a Milano. Ex modella e fotografa, nel 2012 ha fondato con Sabino Maria Frassà il premio cramum. Nel 2015 le sue opere sono state esposte in Frangit Nucem (Palazzo Isimbardi di Milano), Mater (Palazzo del Governatore di Parma), Sale terarrum (Villa Litta) e Oltre (Istituto Italiano di Cultura a Budapest).

 

Urla con la voce dell’arte, Andi Kacziba; valorizza ed esalta la tradizione tessile ungherese rendendola protagonista coraggiosa di uno smascheramento della società contemporanea, una rivelazione dolorosa ma necessaria, perché forse non c’è vittoria senza sconfitta. Il grido di protesta arriva intenso e diretto con Vìola, mostra curata da Sabino Maria Frassà e visitabile a Milano, presso lo Studio Museo Francesco Messina (all’interno della Chiesa barocca di San Sisto), fino al 20 dicembre. Composta da 41 opere prodotte da Andi Kacziba negli ultimi due anni di lavoro, Vìola è presentata dal Comune di Milano, dalla Fondazione Giorgio Pardi  – ente no profit che intende combattere la fuga di cervelli e formare ricercatori italiani preparati – e dall’associazione cramum – il cui obiettivo è promuovere l’orizzonte artistico contemporaneo valorizzando i giovani talenti –, patrocinati dall’Istituto Balassi-Accademia d’Ungheria in Roma. Come avverte il curatore:

«Non si tratta di una semplice mostra, quanto di una tappa fondamentale all’interno del percorso di una donna-artista coraggiosa, che non ha chiuso gli occhi e ha voluto affrontare la crescente dualità e antinomia tra sé (il proprio modo di essere) e il Mondo. VÌOLA racchiude e cerca quindi di ricomporre la duplicità propria dell’esistenza umana: uomo-donna, violenza-resistenza, morte-vita, bello-brutto. La parola VÌOLA  del resto è sia un colore sia un verbo. Se ci riferiamo al colore (o alla pianta) l’etimologia si rifà al latino Viere, intrecciare, essere pieghevole, adattarsi. L’etimologia di vìola (inteso come 3° persona singolare del verbo violare) deriva invece direttamente dalla parola latina VIS, forza e violenza».

Tra corde, ceramiche e gemme, il percorso dell’artista diventa anche quello dello spettatore e la catarsi personale si tramuta in catarsi collettiva. Viene messa a nudo la nostra era, così moderna eppure ancora così carica di violenza, soprattutto nei confronti delle donne e, in generale, dei soggetti considerati “diversi” piuttosto che “speciali”. La violenza, affrontata e sterilizzata con il potere curativo dell’arte, è però subdola e sa nascondersi: per questo va sconfessata. Al di là di quella fisica e psicologica esercitata con arroganza e prepotenza dall’uomo e dal maschilismo ancora imperante, Andi Kacziba decide di guardare in faccia anche la violenza auto-imposta, quella che deriva dalla non accettazione di sé, dal volersi rinchiudere in categorie rispondendo a canoni precostituiti e irreali, dalla lotta continua contro il tempo, le convenzioni e la ricerca della perfezione.

Andi, che ha saputo guardare dentro sé stessa accettando tutte le sue crepe, ora può insegnare la bontà di uno sguardo introspettivo che analizza e comprende ciò che ci circonda, partendo, come ricorda ancora Frassà, dal «coraggio di vedere il Mondo per quello che è, così da riuscire poi a ricomporlo e a farlo funzionare meglio»:

«Chi subisce una violenza, per non soccombere, spesso si piega, modifica il proprio essere, fino quasi ad annientarsi. Questo “quasi” è la chiave di lettura e di svolta di VÌOLA. Dall’inevitabile violenza, dall’inalienabile dolore ci si può risollevare e crescere. Andi non elogia la violenza o il dolore, ma ha il coraggio di riconoscerli e affrontarli: la violenza non è mai l’elemento generativo dell’esistenza umana, lo è invece la forza di non piegarsi, di reagire ed essere diversi».

Una reazione che passa anche per lo stile: la bidimensionalità della fotografia, dei fazzoletti ricamati, degli intrecci degli arazzi di ex-succus, primo ciclo di opere di Andi, lascia il posto al “filo ricurvo”, nuova tecnica ideata dall’artista e alla base degli ultimi cicli Gemme, Tale-e Termitai. In Viòla, infatti, la materia è pulsante, sembra prender vita nel movimento circolare della corda che si arrotola su sé stessa. Un movimento che allude ai cicli naturali, all’avvicendarsi delle stagioni, al tempo che scorre implacabile costringendo il soggetto ad interrogarsi sul proprio percorso, sui propri errori, sulle dinamiche esistenziali che, per forza di cose, danno nuova luce alla vita nel confronto con la morte e alla rigenerazione nel confronto con la devastazione.

Ecco che, allora, alla chiusura ermetica nei confronti  della creazione – propria dei coralli senza linfa e incapaci di generare e dell’Altare della sterilità –subentrano la rinascita delle Gemme, la vita delle Tale-e, la distruzione/costruzione dei Termitai.

«All’Altare della sterilità ci si reca quindi non per avere un figlio, ma per pensare, per ritrovare il significato di cosa voglia dire essere donna oggi. Il “giardino” di Andi non è infatti un luogo in cui rifugiarsi e fuggire dal mondo. Andi non è quindi tornata indietro. Andi sta rinascendo: come la natura sotto il peso della neve, si è dovuta piegare, adattare ed infine reinventare, ma non si è spezzata».

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Questa chiave di lettura viene rafforzata, caricandosi di nuove tematiche, dall’allestimento permanente rappresentato dalle opere del Maestro Messina, con le quali le Andi dialoga attraverso i suoi lavori. La dittatura dell’immagine detona la sua potenza nel machismo della società contemporanea, rappresentato dai cavalli di Messina e dall’atteggiamento duro e giudicante che le sue sculture maschili assumono nei confronti di Santa Veronica, opera cardine di Vìola. Le sculture femminili, invece, non ne incrociano mai lo sguardo, facendo emergere il tema particolare dell’invidia.

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Santa Veronica, l’emorroissa dei Vangeli Canonici, è la donna in cerca di un miracolo, colei che è emarginata perché perde sangue e per ciò considerata impura. Quasi sempre, però, il miracolo nasce da dentro, da noi stessi. Essere donna è l’opera d’arte più complessa da realizzare, ma Andi dimostra che è anche la più bella. In ballo c’è la libertà di essere felici sfidando specchi e bilance, la libertà di essere piene e complete anche senza figli, la libertà di essere forti nelle proprie debolezze, la libertà di occupare posti di rilievo senza dover sudare il doppio, la libertà del sesso e delle scelte, la libertà di un amore delicato, la libertà del rispetto, la libertà di non aver paura.

Andi Kacziba

 

 

 

Informazioni:

 

locandina akwebVÌOLA

a cura di Sabino Maria Frassà

Studio Museo Francesco Messina, Via San Sisto 4/a (Via Torino), Milano

Fino al 20 Dicembre 2015, dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 18.00 

Su appuntamento è possibile prenotare visite guidate gratuite con l’artista e/o il curatore (info@cramum.org)

www.cramum.it

 

 

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