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René Magritte in mostra al Centre Pompidou di Parigi

Inaugurata lo scorso 21 settembre la mostra La trahison des images, dedicata dal Centre Pompidou al pittore belga René Magritte, è stata senz’altro uno degli eventi di punta della rentrée parigina

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La retrospettiva ben illumina sul senso dell’opera di Magritte tenta di sciogliere il nesso presente tra l’atto creativo fondativo della pittura e le questioni poste dalla filosofia. Del resto quello tra il pittore e la disciplina del pensiero fu un contatto assiduo, tant’è che Michel Foucault dedicò al pittore, nel 1973, il saggio Ceci n’est pas une pipe.

Percorrendo i lunghi condotti colorati del Centre Pompidou si sale, godendo di una vista sui tetti parigini, fino al quinto piano. Qui tra le grandi e le alte pareti ha inizio il percorso espositivo.

Sono circa cento i dipinti provenienti da collezioni pubbliche e private, i disegni e i documenti d’archivio suddivisi in cinque sale. Le sezioni De la beauté hasardseuse aux Problèmes, Les mots et les images, L’invention de la peinture, L’ Allégorie de la caverne, Rideaux et trompe l’oeil/ La Beauté composite sono introdotte da testi filosofici o mitologici, i quali contengono richiami alla natura e all’origine delle cose, all’uomo, alla conoscenza e alla bellezza.

Il visitatore più preparato sa come Magritte si sia lasciato ispirare da Giorgio De Chirico e dal suo approccio alla realtà e alle cose, conosce l’adesione del pittore al surrealismo eppure percepisce da subito, ad esempio, la netta differenza rispetto a un altro esponente del movimento come Salvador Dalì.

Muovendosi tra le tele si vive un senso di spaesamento. Si osservano attentamente righe, ombre, fiamme, corpi, uccelli, cappelli, mele, pipe, candele, oggetti delineati perfettamente ma accostati in modo sempre spiazzante.

Questi diventano, infatti, elementi essenziali di un discorso pittorico irreale scaturito da visioni oniriche, puntellate dallo sforzo di dare un senso logico al tutto.

La pittura di René Magritte è surreale ma anche fredda, rigorosa, ragionata, quasi fotografica.

Tra i dipinti presenti colpisce da subito La lampe philosophique (1936) in cui l’artista offre un autoritratto bizzarro di se stesso deformando il suo naso e facendolo diventare il prolungamento della sua stessa pipa. Gioca così con la sua immagine, con la candela che ha di fianco e volge lo sguardo a chi lo osserva.

L’oggetto pipa torna ne La trahison des images (1929) questa volta però come soggetto principale di una delle tele più conosciute. Un’opera in cui l’apparente semplicità dell’immagine – legata al testo che la nega – genera una complessa riflessione sul linguaggio e sulla comunicazione umana. Le tentative de l’impossible (1928) si potrebbe invece definire un metaquadro, poiché Magritte sceglie di materializzare lo stesso atto pittorico sulla tela.

Nell’ultima sezione La Beauté composite diventa emblematica la distanza presa da Magritte dall’arte classica e dai suoi canoni sul modo di concepire il corpo femminile. In L’évidence eternelle (1948) l’artista compone e decompone un corpo delineando ogni parte singolarmente e presentandola staccata dalle altre. Una dimostrazione di come la perfezione non possa coesistere in un unico soggetto e debba dunque essere artificiosamente ricreata.

René Magritte, enigmatico e ambiguo, compie tramite la sua arte un’esplorazione mentale eterogenea e complessa. Il pittore gioca con l’incomunicabilità, mescola immagini e nomi proponendo un modo nuovo di intenderle e al contempo irride, distrae, confonde il suo osservatore chiamandolo a rendersi partecipe dei suoi paradossi.

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