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L’arrivo del Re: Basquiat al Chiostro del Bramante

Dopo il successo dell’esposizione milanese, anche il pubblico capitolino può ammirare fino al 2 luglio i capolavori del grande artista americano

Un Re: ciò che voleva diventare e quello che alla fine è stato. Un Re dell’arte contemporanea, Jean-Michael Basquiat. Due aspetti si possono subito scorgere sin dalle prime opere: il simbolo del copyright e una corona. L’artista aveva le idee chiare, nonostante la giovane età e una vita turbolenta.

Un’esistenza intensa e dannata conclusasi con il più tragico dei finali. Un correre a velocità sfrenata tra arte ed eccessi, drammi e trionfi. Un’infanzia e una giovinezza “di strada” nel quartiere di Brooklyn, con la passione per l’arte (trasmessagli dalla madre) ad addolcire le spietate regole della sopravvivenza. Sconti e ingiustizie razziali, i contatti con l’illegalità, la fuga da casa, il turbolento rapporto con il padre, le droghe.

L’infanzia segnata da un incidente. Un’auto lo investe: Basquiat steso sul lettino dell’ospedale intento a sfogliare le pagine del Manuale di Grey, il famoso testo di anatomia medica donatogli dalla madre. Da quel momento nasce l’ossessione per le parti del corpo, quel decostruire con tratti incisi la meccanica umana. Ma non solo, il Manuale torna anche negli esordi da rock star. Grey è il nome scelto da Jean-Michael per la sua band, in cui milita anche un certo Vincent Gallo.

Poi subentra un altro nome, un logo, una firma, un inizio… SAMO. Ovvero lui e Al Diaz a segnare mai come prima le strade di New York. Alla fine degli anni ’70 i due firmeranno con questa sigla i primi graffiti della Grande Mela. Cosa vuol dire SAMO? La risposta non è semplice. Le prime opere mostrano un Basquiat intento a giocare non solo con colori e figure ma anche con le parole: è un poeta oltre che un pittore. Starà allo spettatore scorgere tra i suoi graffiti la combinazione di lettere più vicina alla verità celata dietro la sigla degli esordi.

La leggenda Basquiat inizia così e dopo averlo ammirato nell’esposizione milanese di cui vi abbiamo parlato qualche tempo fa, eccoci proseguire il racconto tra i capolavori esposti a Roma al Chiostro del Bramante. Un viaggio artistico da Milano a Roma in cui il “colpevole” è sempre lo stesso: Jean-Michael Basquiat. Se la mostra meneghina al MUDEC ripercorreva tutta la carriera dall’artista con 140 opere, l’esposizione al Chiostro curata da Gianni Mercurio in collaborazione con Mirella Panepinto presenta gli sforzi newyorkesi concessi dalla Mugrabi Collection. I lavori sono un centinaio, dalle più svariate forme e supporti, e mostrano la prima e più preziosa tela usata da Basquiat: New York. I muri della Grande Mela solcati dalle corone e da SAMO. Dichiarazioni d’intenti molto chiare e ben definite: la fierezza delle origini, il dolore dell’imperante discriminazione, la rabbia e la voglia di imporsi alla sua maniera, come non ha mai fatto nessuno.

Cento opere, per altrettanti momenti indimenticabili: la sala dedicata al sodalizio – non sempre idilliaco – con Warhol, le ceramiche su cui incideva i nomi dei suoi amici e colleghi, quel profilo mostruoso troppo simile al buon Ronald Reagan, animali, corpi, rituali e processioni haitiane. Critica, invettiva, ossessioni ma soprattutto tanta passione a amore, difficili – alla fine impossibili – da contenere in una vita sola.

Roma, Milano o chissà quale prossima città:  Basquait è, senza dubbio, il Re dell’arte contemporanea.

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