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Keith Haring a Milano: arte e denuncia oltre la morte

Fruibile fino al 18 giungo la mostra che racconta l’eclettismo di un artista spesso relegato al solo mondo dei graffiti. Un percorso tra colori e visioni che è un inno alla vita

Haring

Art is for everybody“*. Una premessa rassicurante quella dell’esposizione “Keith Haring. About art” fruibile fino al 18 giugno 2017 presso il Palazzo Reale di Milano.

La raccolta di centodieci opere, alcune monumentali e mai viste prima in Italia, narra l’esistenza breve ma intensa di un uomo che, pur vivendo sopra le righe, ha provato tramite l’arte a cercare, e diffondere, il significato profondo della vita.

Il criterio tematico offerto dal percorso espositivo spoglia Haring dalle vesti di mera icona graffitista di fine Novecento, facendo scoprire al visitatore un artista dotto, impegnato ed eclettico.

[I bambini] Sono spesso protagonisti delle sue opere. Del mondo infantile egli apprezza l’umorismo, l’innocenza, la naturale apertura nei confronti del mondo ancora osservato con approccio curioso e non critico.

[La tecnologia] Spiccata è la denuncia nei confronti della tecnologia, dove il computer è lo strumento “diabolico” che i potenti usano per esercitare il proprio controllo sull’umanità (bisogna contestualizzare la denuncia negli anni ’80/’90, ndr).

[Il mito e le antichità romane] Haring, studioso di semiologia, ha sempre avuto un forte interesse per i miti e per l’arte antica che riadatta in chiave contemporanea (v. La battaglia dei centauri, La Lupa Capitolina o la realizzazione di alcune sequenze che ricordano lo storytelling della Colonna Traiana).

[La malattia]. Ai tempi l’AIDS era il male che più terrorizzava il mondo omosessuale (e non solo). Haring era un attivo sostenitore della lotta contro la sindrome e, in seguito, si ammalerà proprio di AIDS. Numerosi sono i dipinti ispirati da questo dramma, come le Arpie o la raffigurazione di un novello san Sebastiano.

[Divinità benefica e malvagia] Di tutte le realizzazioni a sfondo religioso, Altarpiece è il capolavoro: un trittico in perfetto stile-Haring realizzato con lo scopo di chiudere un camino. Colpiscono il visitatore le linee incise nella creta, le immagini sacre e il colore argento vivo. Lo stesso artista, a opera ultimata, ha affermato: “Cavolo, questa sì che è roba forte”.

[Binomio Vita-Morte] Simbolo dell’attaccamento alla vita da parte di Haring è L’Albero della Vita. Dipinto in seguito al decesso di un’amica è un’immagine gioiosa e ricca di speranza: l’amicizia che vince la morte.

[I mostri, le visioni, le droghe] “Mi facevo di droghe stupide”, dice Haring in riferimento alla sua vita newyorkese. I quadri ispirati dalle sostanze stupefacenti ricordano le figure di Hieronymus Bosch o quelle di Dürer. Dando forma morbosa all’iperreale e al fantastico, l’artista si libera da tutte le suggestioni e imposizioni della civiltà e dà forma alle angosce e ai pensieri attraverso la rappresentazione di teschi, serpenti e mostri.

[Etnografia e Razzismo] L’interesse per le culture primitive nasce in contrapposizione al mondo moderno e tecnologico di cui ho parlato alcune righe fa. L’attaccamento, poi, di Haring agli “ultimi” è testimoniato dalla nascita della sua arte nella strada, nei ghetti a maggioranza nera o ispanica o nei quartieri popolati dai più poveri.

[Fumetti, Pop Art, Cartoonism] Grazie ai viaggi in Europa Haring si appassiona all’arte moderna, postmoderna e apprezza lo schema narrativo del fumetto. E se l’artista da un lato afferma di aver portato a termine l’arte di Jakson Pollock o di Jean Dubuffet, dall’altro sente di aver superato anche Pablo Picasso, punto riferimento per ogni pittore contemporaneo. Chicca assoluta della sezione fumettistica è Story of my life in 17 pictures, mentre nei Mickey Mouse e nelle riproduzioni in serie è vivo il ricordo di Andy Warhol.

[Attivista] Di forte impatto visivo e concettuale la lunga tela di denuncia nei confronti dei macelli e della carne. Una cascata piena di sangue termina con l’ironica sentenza: “Everybody knows where meat comes from. It comes from the store“.

[I graffiti] Il cerchio espositivo si chiude con la parte artistica che ha reso Haring celebre: la realizzazione dei murales in ambienti urbani. Da quelli alle fermate della metropolitana ai graffiti che decoravano il muro di Berlino (oggi non più fruibile).

A livello tecnico vige la sperimentazione: si va dall’acrilico su tela all’inchiostro su carta. Dal pennarello e smalto su legno allo smalto o vernice su alluminio. L’omino di Haring, invece, è stilizzato, lieve, scevro di materia corporale e di dettagli che implichino differenze. È colorato, dinamico. La mostra, attraverso i paragoni diretti con opere di Raffaello, Chagall o Picasso, concede una conoscenza più approfondita del retroterra culturale e dell’arte stessa di Haring. Che è denuncia, democrazia e vitalità. Un’utopia quasi reale.

*Non è un modo per dire che tutti possono appropriarsene. L’arte, secondo Haring deve comunicare da sola senza essere spiegata. Critica alla critica (ndr).

Haring

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