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Artemisia Gentileschi e il suo Tempo: la rivoluzione è Donna

Fino al 7 maggio sarà possibile ammirare al Palazzo Braschi di Roma, in tutto il loro splendore, le opere di Artemisia Gentileschi

Chi era Artemisia Gentileschi? Qual è stato il suo ruolo nella storia dell’arte? Quali erano le sue peculiarità stilistiche? Risponderemo ad ogni quesito nel corso dell’articolo, eccetto che al primo: Artemisia era una donna. Sembrerà una constatazione scontata, un qualcosa di elementare (e lungi da me fornire una lettura femminista), ma ragionando su alcuni aspetti credo che la questione legata al genere possa aiutarci ad affrontare l’esposizione e l’opera sotto una luce più profonda.

Per iniziare, qualche dato storico: nel 1616 (non l’altro ieri), Artemisia fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze. A Roma, cinque anni prima, venne stuprata da un collega del padre, Agostino Tassi. Rifiutò il matrimonio riparatore e in quel periodo compose alcuni dei suoi capolavori. Si sposerà in seguito, avrà un amante, conoscerà e scriverà tantissime lettere a Galileo, girerà l’Italia e finirà a Londra. Morirà a Napoli e mi piace pensare che non abbia mai smesso di amare Roma. Mi chiedo anche – vista l’attuale moda di romanzare a livello seriale anche le vicende medicee – come sia possibile che un’esistenza del genere non sia mai stata “saccheggiata” degnamente dal cinema o dalla fiction italiana e ci si debba accontentare di due misconosciute pellicole straniere.

Il punto però è questo: Artemisia è stata una precorritrice, uno spirito indomabile dedito a scardinare preconcetti e pregiudizi attraverso la potenza dell’arte. I suoi gesti, le sue scelte di vita, gli scandali, le battaglie sono nulla se non si considerano i suoi dipinti. Una produzione pittorica che la mostra di Palazzo Braschi arricchisce con l’accostamento di opere di colleghi dell’epoca.

L’impatto è fin da subito coinvolgente. Ecco apparire Danae, Loth e Giuditta che decapita Oloferne: opere imponenti, violente, connotate da contrasti decisi e da tensione pura. I movimenti dei corpi sono forti, plastici; le movenze si stagliano dall’oscurità e una calibrata luce le delinea. Caravaggio ha segnato il percorso e Artemisia decide di seguirlo. Ma non è copia pedissequa della lezione del Maestro. La scelta dei soggetti, ad esempio, mostra una caparbietà che non ha paragoni e precedenti. Una donna a quei tempi al massimo avrebbe potuto dipingere nature morte, paesaggi: Artemisia – nella bottega del padre Orazio – invece si cimenta con la mitologia, le fonti sacre e sceglie – of course – protagoniste femminili con un trascorso significativo in cui rivedersi o consolarsi in quei momenti in cui la lotta contro quel mondo e quella società prettamente maschile sembrava troppo dura.

Ammirando una Maddalena del Saraceni o un Noli me tangere del Caracciolo, ecco palesarsi altri capolavori di Artemisia: Cleopatra, Giaele e Sisara e un Autoritratto come suonatrice di liuto. Importante segnalare che l’esposizione – dall’allestimento perfetto – contiene opere provenienti dalle gallerie di tutto il mondo, fornendo la preziosa possibilità di ammirare l’universo di Artemisia nella sua più pura totalità. Così, superando con gli occhi ma non con lo spirito, opere intense come Ester e Assuero, Annunciazione, Nascita San Giovanni Battista si giunge alla fine di Artemisia Gentileschi e il suo Tempo con la sensazione di aver sempre conosciuto, amato e ammirato questa Donna che ha segnato un basilare “Anno Zero” nella storia dell’arte.

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