Articolo

Eutanasia: Welby, dieci anni dopo

Sono trascorsi ormai dieci anni dalla morte di Piergiorgio Welby, militante del partito radicale e sostenitore del riconoscimento legale del diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico. Il suo caso fece discutere a lungo e ripropose in modo drastico il tema dell’eutanasia in Italia

welby

Mario Riccio, il medico anestesista che ha aiutò Welby a morire è stato in seguito prosciolto dal Tribunale di Roma dall’accusa di aver praticato eutanasia attiva, reato che viene punito dagli articoli 579 e 580 del codice penale, rispettivamente omicidio del consenziente ed istigazione o aiuto al suicidio. Nel caso di Piergiorgio Welby si è trattato di sospensione delle cure, ovvero eutanasia passiva, che invece la Costituzione riconosce come diritto: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32).

Ma il suo caso è solo uno dei tanti, ed a distanza di dieci anni in Italia il dibattito è ancora aperto. C’è la macchina burocratica che crea ostruzionismo, c’è la morale cristiana onnipresente e che detta legge, c’è l’ipocrisia della gente che ignora le condizioni disumane in cui si trovano a “vivere” certe persone e si permette di giudicarne la volontà. Il risultato è che tutt’ora molti malati sono costretti a porre fine alla loro vita lontano da casa, dai loro affetti, dai luoghi in cui avrebbero voluto dire addio al mondo. Spesso queste persone sono affette da malattie gravissime, che causano sofferenze fisiche e psicologiche inimmaginabili, ed arrivano quindi al punto di prendere una decisione così definitiva ma pur sempre legittima. Piergiorgio Welby non sentiva più sua quella vita: non poter viaggiare, lavorare, amare sua moglie, uscire con gli amici, respirare se non grazie all’aiuto di un macchinario, tutto questo per lui era divenuto insopportabile. Una cosa però non gli è stata tolta, la libertà di poter dire “basta”, di potersi staccare da quella realtà che non gli apparteneva e che lo faceva solo soffrire. Dopo dieci anni è cambiato poco, l’esempio di Welby ha lasciato il segno ma non abbastanza e la sua battaglia non è ancora finita perché ancora non c’è una legge che consenta il rifiuto dell’accanimento terapeutico in Italia. Anche se pensiamo che il problema non ci riguardi, in realtà non è così, perché quel diritto ci appartiene. Del resto, tutti noi possiamo scegliere come vivere, dovremmo avere anche la libertà di scegliere come morire.

blog comments powered by Disqus