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(Super Trump)*

Stamattina il mondo si è svegliato con un nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: Donald Trump. Le reazioni iniziali sono state di stupore, panico, rabbia e di incapacità nello spiegare cosa sia successo. Eppure l’elezione di Trump non è così sorprendente come può sembrare. Anzi. Era quasi scontata

trump

*(l’immagine è di Benedetto Cristofani)

Se guardiamo non solo all’America ma al mondo intero, scopriamo di essere ancora impantanati all’interno di una crisi che sta bruciando generazioni e milioni di soldi (di diverse valute). Una crisi che ha tante cause quanto più profonde sono le sue radici e che elegge come capro espiatorio (ma anche come una delle reali cause) la globalizzazione. Abbiamo voluto un mondo dove i popoli commerciassero liberi, dove poter essere connessi gli uni agli altri sperando che questi due fattori fossero spinte di progresso e di evoluzione. Non è andata esattamente così e Trump è solo l’ultimo figlio di questo (parziale) fallimento. È come quando ti ritrovi in una rissa e non sei capace a fare a cazzotti: ti rannicchi, ti accucci, ti chiudi e incassi. In altre parole, cerchi di isolarti dalla violenza che ti circonda sperando di farti il meno male possibile.

In Europa abbiamo avuto i primogeniti con la nuova Lega Nord di Salvini, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, UKIP di Nigel Farage e Il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Figli che, con le dovute differenze, sono accomunati da uno spirito volto a chiudersi nelle rispettive mura domestiche, cercando di cancellare quasi un secolo di storia e di politica europea. Nazionalismo, autarchia e la ricerca di un nemico comune caratterizzano tutti questi partiti e i loro leader, elementi che prendono nutrimento dalla paura e dell’ignoranza di un popolo globale sempre più vecchio e conservatore dove le nuove generazioni non hanno la forza e (nella maggior parte dei casi) l’intelligenza per far valere la loro voce.

“La colpa della crisi è degli stranieri che ci rubano il (poco) lavoro”. “La colpa è nostra che non compriamo prodotti nostrani (costosi) a favore di prodotti stranieri (più economici)”. Su queste due banalizzazioni di problemi evidentemente molto più complessi, Trump ha costruito il suo successo. Riuscendo a parlare alla pancia dell’americano medio con discorsi semplici e provocatoriamente divertenti. E poco importa se The Donald qualche volta ha stoccacciato le donne, in fondo, chi di noi maschietti sordidamente non lo desidera? È umano. È come noi.

Speravamo noi italiani di aver dato una dimostrazione di cosa significa permettere di governare a un anziano imprenditore, donnaiolo, con reddito smisurato dalle origini poco chiare, che non sa accettare le calvizie e le critiche. Evidentemente non sono bastati vent’anni (neanche a noi, visto l’attuale governo e chi si appresta a prenderne il posto). Con Trump vince non la destra liberista ma protezionista, ed è la massima forma di insicurezza che l’America mostra. Gwynne Dyer, giornalista americano, ha perfettamente rappresentato lo scenario degli Stati Uniti dopo sei mesi di amministrazione Trump qualora venissero realizzati (o almeno iniziati) i tre punti forti del suo programma (espulsioni degli islamici/messicani, dazi al 40% sulle importazioni, cancellazione trattati economici di libero mercato). Il risultato sarebbe un’America debole sul piano internazionale ed economico ed in pessimi rapporti, politici con quasi tutte le nazioni sudamericane, ed economici con quasi tutto il mondo.

Tuttavia Trump è semplicemente imprevedibile, e non sappiamo realmente cosa sia in grado di fare in quattro anni e lo dimostra il suo primo discorso dopo l’esito delle elezioni: incredibilmente pacato, moderato dove addirittura si parla più di dialogo e meno di conflitto (cosa che non era scontata) con le altre nazioni. Aggiungendo che al centro del suo mandato ci sarà chi lo ha eletto: l’uomo medio (che in genere è un presuntuoso ignorante egoista).

Questo potrebbe rappresentare l’inizio della fine per gli Stati Uniti d’America

Dalla parte degli sconfitti troviamo Hillary Clinton: un politico poco limpido, incline all’insabbiamento, al gioco sporco e a subdoli machiavellismi pur di perseguire l’obiettivo che, si diceva, avrebbe perso sicuramente con un candidato repubblicano migliore.

Non è vero: è bastato il peggiore.

Paga la sua freddezza, la sua antipatia e (anche se nessuno lo dice) le sue condizioni di salute. Probabilmente anche un candidato più anziano (ma più combattivo) come Bernie Sanders avrebbe fatto del Donald un sol boccone. Continuiamo a votare “di pancia” e mi chiedo come possiamo fidarci di un apparato che ha come prodotto finale una manciata di merda. Il voto di protesta è come un ragazzino che non fa i compiti convinto di fare un dispetto ai genitori, ignorando che il futuro in ballo è il suo e non il loro. Ma questo non lo hanno capito i responsabili britannici con la Brexit, i pragmatici americani con Trump e non lo capiremo noi italiani né con le prossime elezioni politiche (che vinca il PD o il M5S) né con il referendum costituzionale del 4 dicembre (incapaci di scindere la figura di Renzi dalla riforma stessa).

Affidare le nostre decisioni a un’emozione temporanea o a una notizia facilmente trovata sulla prima pagina delle ricerche di Google non è una cosa intelligente ma stupida e priva di qualsivoglia senso. La conoscenza richiede sforzo ma noi (dai nati nel 1970 in poi) siamo troppo pigri e i vecchi sono poco inclini all’aggiornamento e alle novità. E più facile affidarsi alle scorciatoie. Come ha fatto Trump: che non ha alcuna esperienza politica (probabilmente neanche le capacità) per essere il presidente della nazione più influente del mondo ma, grazie alla “gente umile ma onesta”, lo è diventato.

Ed in fin dei conti non è forse questo il sogno americano?

L’America conferma di essere il Paese delle opportunità, se saranno buone o meno, lo scopriremo solo in futuro.

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