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Perché voterò NO il 17 aprile

Referendum trivelle – Il prossimo 17 aprile siamo chiamati ancora una volta a mostrare maturità per una scelta che ne richiede molta: saremo pronti?

referendum

Dare l’informazione corretta dovrebbe essere l’obiettivo di ogni giornalista, persino chi si professa tale anche se non lo è.

Eppure non sempre questo accade e sono diverse le motivazioni: il giornalista si è focalizzato su un certo tipo di lettore e scrive solo ciò che il lettore vuole leggere, il giornalista prende per buone notizie di seconda mano, il giornalista preferisce scrivere una notizia non del tutto vera con la consapevolezza che farà scandalo.

Un esempio recentissimo di pessima informazione l’abbiamo vissuto con la questione delle stepchild adoption adesso stiamo rivivendo la stessa esperienza con il referendum “contro le trivelle” a cui siamo chiamati ad esprimere il nostro voto il 17 aprile.

Perché questo referendum è diventato, grazie alla dilagante parziarietà e banalizzazione di ogni cosa su internet, un referendum di “principio”.

Il 17 aprile secondo l’opinione pubblica (testabile su Facebook) si decide se essere a favore o meno alle trivellazioni in mare.

Immediate sono suonate le trombe ecologiste, grilline, rifondarole, veterocomuniste, animaliste, vegan-vegetariane contro chi, come me, andrà a votare “no”.

Siamo accusati di essere degli insensibili ecomostri che odiano la natura e adorano fare il bagno nel petrolio.

Eppure basta documentarsi un minimo per capire che la questione per cui andremo a votare il 17 aprile è molto più complessa di una semplice scelta tra cosa è “bene” e cosa è “male”.

Il referendum altro non è che una consultazione per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana.

Significa intanto che non verrà istituito un divieto alle trivellazioni oltre le 12 miglia dalle coste italiane in nessun caso (anche se vincesse il “sì”) e rimarrebbe comunque in vigore l’impossibilità per le società petrolifere di chiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia.

Il referendum propone la possibilità di abrogare la parte di una legge (il dlgs. 152/2006) che permette a chi ha ottenuto concessioni per estrarre gas o petrolio da piattaforme offshore entro 12 miglia dalla costa di rinnovare la concessione fino all’esaurimento del giacimento (in pratica significa chiudere i 21 impianti esistenti tra cinque/dieci anni).

Bisogna quindi partire dal presupposto che votare “NO” non vuol dire votare contro l’ambiente.

Anzi.

L’estrazione “italiana” rappresenta il 10% del fabbisogno della popolazione, e questa produzione ha evitato il transito per i porti italiani di centinaia di petroliere negli ultimi anni.

Inoltre è stato scientificamente dimostrata l’impossibilità che in Italia si verifichi un disastro come quello avvenuto nell’estate del 2010 nel Golfo del Messico (quando una piattaforma esplose liberando nell’oceano 780 milioni di litri di greggio)

Inoltre molteplici sono i vantaggi.

Innanzitutto l’attività di ricerca sui giacimenti potrebbe portare a risultati in futuro soddisfacenti anche da un punto di vista ecologico attraverso lo sviluppo di tecnologie estrattive meno “invasive”. Impedire queste attività significa inevitabilmente precludersi queste opportunità di sviluppo.

Il 10% del fabbisogno energetico rappresenta poi un notevole risparmio di spesa per le casse italiane che non hanno bisogno di importare energia e petrolio in quantità maggiori di quelle che si ritroverebbero ad affrontare in caso di vittoria del “SI’”.

Da un punto di vista occupazionale (e decisamente più pratico) la chiusura delle piattaforme significherebbe la perdita dei posti di lavoro per migliaia di persone (solo a Ravenna il settore dell’offshore impiega direttamente o indirettamente quasi settemila persone).

Inoltre una scadenza anticipata porterebbe chi gestisce le attività estrattive a mettere “sotto sforzo” il giacimento con un paradossale aumento dei rischi ambientali.

Purtroppo non si è scelto di fare una divulgazione scientifica, come richiederebbe un referendum tecnico come questo, ma politica.

Ed è facile tradurre qualsiasi cosa in “a favore di/contro” Renzi.

Sarebbe sufficiente informarsi e formarsi una opinione libera dalle urla e dagli strattonamenti politici che quotidianamente si ricevono per capire cosa sia meglio, nel rispetto – possibilmente – delle opinioni altrui.

Siamo quindi chiamati ancora una volta a mostrare maturità per una scelta che ne richiede molta: questa volta saremo pronti?

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