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Quale unità d’Italia?

La provincia di Bolzano ha recentemente annunciato che non parteciperà a nessun evento per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Luis Durnwalder, presidente della giunta provinciale altoatesina, nel confermare che la Provincia Autonoma di Bolzano non sarà presente a nessun festeggiamento ufficiale a Roma, ha dichiarato:“Noi ci sentiamo una minoranza austriaca e non siamo stati noi a scegliere di far parte dell’Italia. Anche per questo motivo non abbiamo grande interesse di parteciparvi”.
È decisamente sorprendente pensare quanto questi italo-austriaci (fortunatamente non tutti) siano scarsi in materia storica: se ora fanno parte dello Stato Italiano è perchè, purtroppo, si tratta di un'”eredità” di una I Guerra Mondiale “regolare” con tanto di dichiarazione.
Senza voler esaltare ideali neoborbonici, è doveroso ricordare che la situazione del Sud Tirol è estremamente differente a quella del Regno delle Due Sicilie, che 150 anni fa è stato occupato senza alcuna dichiarazione di guerra.
I “terùn” si sono trovati di fronte a una vera e propria invasione, con conseguente massacro civile ed economico e la distruzione di ogni tipologia di realtà industriale che stava cominciando a emergere e, dulcis in fundo, l’enorme debito pubblico Sabaudo affibbiato anche ai meridionali.
Gli altoatesini, una volta persa la guerra, sono passati dalla situazione di terroni austriaci a cittadini italiani quasi privilegiati grazie allo Statuto di Autonomia del 1972.
Proprio per questo motivo, sarebbe opportuno che il signor Durnwalder scenda in strada e ascolti gli umori dei suoi conterranei: un altoatesino su quattro è di madrelingua italiana (addirittura 3 su 4 nel comune di Bolzano) e di “tornare” in Austria non ne vuole neanche sapere.
Anche la parte tedesca è ben felice di rimanere in Italia: tornare a essere i terroni di Vienna significherebbe perdere numerosi benefici di tipo economico.
Sarebbe saggio e opportuno un passo indietro da parte del presidente del Südtiroler Bauernbund, non solo per una questione di “stile”, ma anche per cercare di dimostrare una buona volta di amare la nostra Nazione e non sentirci italiani solo quando vince la Nazionale.

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