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Obiezione senza coscienza

La morte di Valentina Milluzzo, trentaduenne catanese incinta di due gemelli, deceduta dopo aver partorito prematuramente entrambi i bambini in seguito a complicazioni ancora non chiare, riapre la questione dei medici obiettori di coscienza

obiettori coscienza

Su questo caso specifico ci sono molte ombre ancora, la versione dei fatti che hanno fornito i familiari della donna e quella del personale sanitario sono in netto contrasto, ma di questo se ne occuperà la Procura di Catania. Valentina ed i suoi bambini sono morti, questa è l’unica certezza finora, perché secondo gli inquirenti ed il direttore sanitario dell’ospedale, il fatto che il medico di turno fosse o meno obiettore di coscienza sembra ininfluente sul caso.

Tuttavia, come dicevamo, questa vicenda riporta a galla il discorso che in Italia ci sono migliaia di medici ginecologi che si rifiutano di praticare l’aborto (chirurgicamente o farmacologicamente) in quanto obiettori di coscienza. Il numero, secondo le statistiche del Ministero della Salute, è impressionante: addirittura in Molise il 93% dei ginecologi ne fa parte. In poche parole, se vivete a Campobasso e decidete di interrompere una gravidanza, vi conviene cambiare regione perché nessuno vi presterà cura. Non vi andrà tanto bene nemmeno in Trentino, perché anche là quasi la totalità dei medici si dichiara obiettore. Le statistiche inoltre riportano che il numero è salito del 12% negli ultimi dieci anni ed è ancora in crescita. I restanti, per supplire alla mancanza di questo servizio sanitario, si ritrovano nella loro carriera a praticare solo interruzioni di gravidanza, con conseguenze piuttosto deprimenti dal punto di vista professionale.

Vale la pena ricordare che la legge 194, in vigore dal 1978, cancellò l’aborto dalla lista dei reati penali, ammettendolo legalmente entro certi termini ed un particolare articolo della sopracitata legge dice espressamente che «l’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo». Pertanto, che si abbiano o meno determinate credenze religiose o valori etici, di fronte ad una situazione d’emergenza bisogna dare la priorità alla sicurezza della paziente, rispettando i principi deontologici della propria professione.

Un ragazzo che è obbligato dallo Stato a compiere il servizio militare (cosa che per fortuna in Italia non accade più), ha il sacrosanto diritto di rifiutare di imbracciare un’arma solo perché gli è stato comandato. Ma una persona che sceglie liberamente di studiare medicina, ostetricia e ginecologia, come può invocare l’obiezione di coscienza di fronte ad una paziente in grave pericolo? Si può semmai parlare di omissione di soccorso, che è un reato penale. Sono due situazioni ben distinte, è chiaro, ma quando si leggono le statistiche sul numero dei medici obiettori, credo sia il caso di parlare di malasanità. Perché se esiste una legge che riconosce la legalità dell’aborto, il fatto che tante donne non possano usufruirne è una violazione dei loro diritti. Forse il problema è proprio la legge 194, che all’epoca fu un traguardo importantissimo ma che dopo quasi quarant’anni andrebbe rivista, visto che la sua validità è così tanto messa in discussione.

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