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Non ci resta che piangere

Il caso di Tiziana Cantone ha ancora una volta scosso la sensibilità di molte persone. Un’intimità violata dalla presenza ingombrante e insistente del mondo virtuale, dove la condivisione di un atto sessuale porta ad una condanna netta: la donna è una poco di buono, mentre l’uomo continua ad essere “figo”. Discorsi che nel 2016 mettono la pelle d’oca, per l’amarezza

Tiziana Cantone si è suicidata per la vergogna. Una vergogna scaturita da un gesto passionale immortalato senza troppo badare alle conseguenze. In un mondo fortemente maschilista, in cui la donna deve ancora sentirsi in colpa se ama il sesso, se ha avuto numerosi partner o se ancora non fa l’amore composta, la donna in questione ha scritto la sua condanna a morte. Inconsapevolmente. Il video diffusosi viralmente l’ha diffamata; un gesto intimo, l’ha esposta al dileggio del popolo di internet. Si sa che chi ha la memoria lunga non conosce il perdono, ed internet purtroppo ha una memoria immensa. Così Tiziana ha provato a trasferirsi, a cambiare cognome, per ricominciare una nuova vita. Ma nel 2016 non esistono confini per le informazioni, ed un fatto del genere può perseguitarti ovunque. Senza una via di fuga, si è stretta un foulard intorno al collo e ha lasciato che la gente parlasse di lei ancora una volta. L’ultima però.

Personalmente non ho visto quel video e potrei elencare una serie piuttosto lunga di motivi per i quali non l’ho fatto; forse potrei riassumerli dicendo che una cosa del genere non può in alcun modo destare la mia curiosità. L’idea che una persona possa divulgare immagini o video della propria vita sessuale mi fa abbastanza ribrezzo. E il video in questione è l’emblema di un voyerismo che non ha assolutamente nulla di divertente.

Ma in tanti hanno riso, in tanti hanno definito Tiziana con i peggiori appellativi, anche se lei non stava facendo proprio nulla di male. Si è ritrovata ad affrontare una “popolarità” inaspettata, ed il peggio è che nessuno l’ha aiutata ad uscire dalla terribile gogna mediatica. La donna che si è uccisa perché la gente rideva di lei, alla quale in realtà era stato fatto un torto piuttosto grave, è un po’ assimilabile al caso della diciassettenne di Bologna che non esce più di casa perché su Internet c’è un video in cui viene stuprata. Sì, era ubriaca e sì, era in una discoteca, ma stiamo comunque parlando di una ragazzina minorenne che subisce una violenza, mentre le sue amiche invece di aiutarla pensano bene di filmarla per poi di diffondere quel video osceno. C’è forse da ridere?

Torna il dilemma del diritto all’oblio e del binomio realtà-virtualità. Per quanto concerne l’oblio, è palese che in un contesto come internet si faccia sempre più fatica ad applicarlo con le giuste tempistiche, ma bisognerà riflettere su vicende come questa e accelerare i tempi. Una tutela immediata in tal senso dovrebbe un diritto inalienabile per ciascuna persona. Sul fronte virtualità, questa è una rappresentazione della nostra esistenza: qui possiamo mostrare tutto, esternare qualsiasi sensazione, immortalare momenti, condividere gioie e dolori, creare e coltivare l’immagine di sé che più ci aggrada. Che è pubblica, ovviamente. Anche se ci illudiamo che siano due luoghi separati, in realtà sono ben connessi ed è per questo che il famoso “cyberbullismo” è pericoloso e letale quanto il bullismo classico. Il caso di Tiziana ne è un amaro esempio.

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