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Trentasei ore di agonia e l’annosa questione sulla legittima difesa

L’ennesima rissa finita in tragedia. Deceduto il giovane ventenne  che ha combatto per giorni tra la vita e la morte. E si torna a discutere di legittima difesa

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È terminata l’agonia di Emanuele Morganti, il ventenne di Alatri in fin di vita dalla notte di venerdì, in cui è stato aggredito da un branco di dieci persone per aver difeso la sua ragazza. Da allora non ha più ripreso conoscenza; danni estesi e morte celebrale, così una rissa si è trasformata in una tragedia.

Sulla vicenda bisogna ancora far luce, ma da quanto dicono gli inquirenti, Emanuele e la sua fidanzata si trovavano in un locale dove si fa musica dal vivo, quando un ragazzo albanese in stato di ebrezza ha iniziato ad importunarli. Il buttafuori è intervenuto facendoli uscire ed una volta fuori, un gruppo di amici dell’aggressore ha iniziato un violento pestaggio. Qualcuno ha poi colpito ripetutamente Emanuele al cranio con un oggetto di ferro. Nove indagati, decine di testimoni ed un ragazzo di vent’anni che lotta per sopravvivere.

Morire così è qualcosa di inaudito, raccapricciante e disumano. Perché non sono intervenute le forze dell’ordine? Perché quelle persone si sono accanite così contro un ragazzo disarmato? In che mondo viviamo? Parlando di gente disumana, il magistrato trevigiano Angelo Mascolo, qualche giorno fa in una lettera aperta ad alcuni quotidiani del gruppo Finegil, ha affermato che in Italia lo Stato non c’è più e la situazione sul territorio è talmente fuori controllo che lui stesso d’ora in poi andrà in giro armato. Se si imbatterà in qualche criminale e verrà aggredito, si farà giustizia da solo, perché non c’è garanzia che lo Stato lo farà al posto suo.

Queste parole, dette da un giudice, sono pesanti come pietre, perché la legittima difesa è un argomento molto delicato, che non può diventare il baluardo al quale aggrapparsi ogni volta che qualcosa non va per il verso giusto. Pensare che sia giusto farsi giustizia da soli è un passo indietro immenso, un ritorno ad una società primordiale, la stessa alla quale appartengono gli aggressori di Emanuele Morganti.

Se veramente si adottasse un simile modo di pensare, ci si incastrerebbe in una spirale di violenza senza via d’uscita. Se Emanuele fosse stato armato, se avesse risposto a quelle provocazioni nei confronti della sua fidanzata con la violenza, forse adesso non starebbe lottando tra la vita e la morte. Forse in fin di vita ci starebbe il ragazzo albanese che lo aveva importunato. E la storia sarebbe stata la stessa.

Non è così che si va avanti, non è così che si costruisce una società vivibile. Pensare di farsi giustizia da soli è assurdo, come lo è prendere a sprangate un ventenne fuori da un bar. Questa è una questione di principio, e se vogliamo veramente cambiare, dobbiamo ripartire proprio da questo.

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