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Libia: la fine di 42 anni di dittatura

Giorni fa, i media sono stati intasati dalle immagini raccapriccianti della tortura e poi morte del colonnello libico Muammar Gheddafi. Immagini forti che incarnano la rabbia e al contempo la catarsi di uomini che per anni hanno vissuto, a causa dell’abuso di potere del dittatore, in condizioni disumane. Nonostante i diversi commenti (c’è chi ha reagito male nel vedere foto e video così crudi, ma anche chi ha tirato un respiro di sollievo) c’è da dire che il fatto è inequivocabile rispetto invece all’estrema censura che ha coinvolto mesi fa il decesso di Osama Bin Laden. La morte di Gheddafi ha determinato da un lato la fine di 42 anni di terribile dittatura sulla Libia e dall’altro la fine della ribellione che da mesi era in atto in quella regione. Agitazione iniziata a febbraio a causa del malcontento generale di un Paese devastato da anni di sottomissione, censure, soprusi e disoccupazione. La rivolta popolare, iniziata a febbraio, in un primo momento ha avuto sede a Beida e Bengasi. La successiva repressione da parte del regime non ha fatto altro che aumentare l’indignazione e la volontà di ribellione da parte del popolo. In seguito l’insurrezione si è diffusa anche nella capitale libica, Tripoli e in altre aree. Gheddafi ha ritenuto, sin dall’inizio, che gli Usa stessero spalleggiando la rivolta e ha inoltre accusato l’Italia (suo primo partner commerciale) di aver fornito razzi ai manifestanti. Tra tutti gli interventi anche quello italiano è stato in prima linea (cosa che non è stata approvata da tutti i cittadini). Una delle conseguenze di queste vicissitudini è stato il notevole aumento del petrolio (ricordiamo che la Libia rappresenta uno dei maggiori fornitori di oro nero). Dopo otto mesi, però, la Libia ora è libera sotto ogni punto di vista. Il premier libico ad interim, Abdul Rahim Al Qeeb, ha annunciato che il nuovo governo sarà composto da “tecnocrati” e che la popolazione ne sarà sicuramente fiera. Termino con l’augurio che “morto Il Colonnello non se ne faccia mai più un altro”.


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