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Surriscaldamento globale, la morte ‘lenta’ della barriera corallina

Secondo uno studio della rivista Nature, il caldo del 2016 – insieme a quello del 1998 e 2002 – ha provocato lo sbiancamento del 90% e la morte effettiva del 20% dell’intero reef

barriera corallina

Foto dalla pagina Facebook ‘Le previsioni di Meteoman’

Esistono persone che sottovalutano i pericoli, li ignorano o continuano ad andare avanti finché non arrivano al punto in cui si trovano di fronte proprio all’inevitabile. E forse allora cominciano a riflettere e a comprendere i segnali che lo preannunciavano.

 

Chi pensa che il surriscaldamento globale sia solo un’invenzione dei media ecologisti per farci comprare le auto elettriche, non usare il condizionatore e limitare la produzione di rifiuti, si sbaglia di grosso. Uno dei (ahimè, tanti) segnali che il mondo ci sta mandando ultimamente riguarda la grande barriera corallina australiana: secondo uno studio della rivista Nature, l’ondata di caldo del 2016, in seguito a quella del 1998 e del 2002, sarebbe stata fatale per il già provato ecosistema della barriera, causandone uno sbiancamento del 90% e la morte effettiva del 20% dell’intero ‘reef’.

 

Questo cambiamento è visibile anche a occhio nudo, osservando gli oltre mille chilometri della barriera corallina più grande del mondo divenute ormai di colore bianco, in seguito alla morte delle alghe e della vegetazione che prima la ricoprivano. I ricercatori hanno stimato che, se la situazione non cambierà, entro il 2050 è possibile che l’intero ‘reef’ sarà morto.

 

Le autorità australiane sono corse ai ripari da anni cercando di tutelare questo patrimonio naturale (riconosciuto dall’Unesco nel 1981) ma sembra che l’unica causa di questa malattia sia il surriscaldamento globale, una piaga non facile da sanare. Si tratta di una vera e propria catastrofe, più silenziosa di un terremoto, apparentemente meno distruttiva di uno tsunami, ma ugualmente letale.

 

Perché la morte della barriera corallina australiana significa che i danni ormai sono fatti e che non si può più tornare indietro. E a ben vedere, non si tratta dell’estinzione di una specie animale: questa è la fine di un intero ecosistema. E noi, esseri umani, siamo gli unici colpevoli.

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