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Ancora terrore in Francia: ci vogliono dividere

Lontano dalle capitali, dalle metro, dai luoghi affollati. L’Isis questa volta ha colpito un paesino tranquillo della Normandia, nella fattispecie una chiesa con tre suore una coppia di vecchietti e un prete ottuagenario vittima sacrificale di un terrore che vuole dividerci

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Saint-Etienne-du-Rouvray è un piccolo paese della Normandia, uno di quelli dove non accade mai niente. C’è una coppia di anziani che assiste alla messa nella chiesa di Santo Stefano. Ѐ mattina presto ed oltre al sacerdote ultraottantenne che sta celebrando il rito ci sono solo tre suore. Verso la fine, quando i partecipanti si apprestano a ricevere la benedizione, due giovani armati di pistola e coltello fanno irruzione nella chiesa. Gridano frasi in arabo, si filmano mentre prendono possesso dell’altare, mentre minacciano l’anziano sacerdote. In pochi minuti, lo sgozzano come un agnello e poi si accaniscono sul cadavere al punto che una delle suore riesce a fuggire indisturbata e chiamare la polizia. Dopo un po’, l’epilogo: i due assassini, uno dei quali già noto alle forze armate per presunta attività terroristica, vengono uccisi durante il blitz per liberare gli ostaggi. Il tutto, ripetiamo, in una cittadina più che tranquilla.

Un brivido corre lungo la schiena di tante persone, non solo in Francia, dove il terrore torna a bussare la porta per l’ennesima volta dopo i fatti di Parigi e di Nizza. C’è qualcosa di veramente spaventoso, oltre alla tragedia di un uomo di fede ucciso in una maniera tanto assurda e cruda: si tratta di un posto piccolo, un obiettivo tutt’altro che sensibile, frequentato da poche persone. Le vittime non sono giornalisti che hanno scritto contro l’Islam, non sono uomini o donne gay che ostentano con disinvoltura il loro stato di peccato mortale, non sono nemmeno decine di persone radunate in un luogo in un’occasione particolare. No. Due vecchietti, tre suore, un prete ottuagenario ed un paese di provincia a far da sfondo. In poche parole, può toccare a chiunque, l’Isis ti può uccidere in qualsiasi momento, senza che tu possa prevederlo. Ormai è inutile evitare di trovarsi in luoghi affollati, di prendere la metro, di andare a vedere il Papa a Roma o di fermarsi in un fastfood: in qualsiasi posto tu sarai, potrai essere vittima di un terrorista. Sembra questo il messaggio che i due assassini, dei quali volutamente non faremo il nome, hanno voluto lanciare con il loro gesto atroce.

Anche qui, torniamo a ripeterlo, l’Islam non c’entra niente: queste sono aberrazioni, sono persone malate che trovano nel fanatismo religioso la strada migliore per giustificare le proprie azioni. Ognuno degli attentatori da giugno ad oggi, ovvero dalla strage di Orlando a Rouen, aveva comprovati problemi psichiatrici. Come abbiamo detto, uno degli obiettivi dei terroristi è appunto quello di incutere paura, di creare il panico nella popolazione ed in un periodo come questo, in cui ogni settimana c’è qualche episodio sanguinoso che ha come protagonista il fanatismo islamico, si ha veramente la sensazione che il mondo stia per finire chissà come. Siamo vulnerabili, è vero, e lo siamo in qualsiasi momento. Ma lo siamo a prescindere da qualche diciannovenne barbuto che imbraccia un fucile o che brandisce un coltello.

Vogliono dividerci: separare i musulmani tra loro, tra chi è per il Daesh e chi no, rendere chiunque creda in Allah un nemico per il resto del mondo, impedire una convivenza pacifica tra persone che vivono in maniera diversa. Oltre ai morti, quello che gli interessa è proprio questo.
Combattere il terrorismo è una frase troppo grossa, che esprime un concetto quasi impossibile da tradurre. Non dovremmo lasciarci spaventare, non dovremmo lasciarci dividere, non dovremmo cadere nel tranello di chi vuol farci credere che Islam significa violenza e morte. Forse questo potrebbe essere un inizio.

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