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Suicidio a Lavagna: quando punire è più facile che educare

“Grazie per aver ascoltato l’urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi”. Con queste parole, pronunciate durante il funerale del figlio, la madre del sedicenne suicida di Lavagna ha voluto ringraziare la Guardia di Finanza e “discolparla” della sua morte.

 

Facciamo un passo indietro. Il 13 febbraio, durante un blitz antidroga in un istituto superiore di Lavagna, uno studente viene trovato in possesso di circa 10 grammi di hashish. Alcuni dicono che la quantità sia ancora inferiore, ma non è questo ciò che ci interessa, perché si tratta comunque di dosi destinate al consumo personale e non allo spaccio.

 

Successivamente, la Guardia di Finanza effettua un controllo anche in casa del giovane fermato prima, il quale dichiara spontaneamente di avere ancora una piccola dose di fumo e lo consegna. Mentre i militari continuano a controllare la sua abitazione, dove sono presenti anche la madre con il compagno, il ragazzo si allontana e si getta da una finestra. Inutili i soccorsi, la morte lo raggiunge prima che arrivi in ospedale.
Dopo le polemiche per le misure eccessive con le quali è avvenuta questa specie di caccia alle streghe, nel tentativo di limitare il consumo di droghe tra i giovani, ecco che salta fuori che era stata proprio la madre del ragazzo a chiamare la Guardia di Finanza, dopo aver tentato di far smettere il figlio con quell’abitudine così pericolosa.

 

Forse la donna non aveva veramente la possibilità di dialogare con suo figlio, forse non c’erano i presupposti per immaginare una reazione così drammatica, fatto sta che non sono state le droghe ad uccidere suo figlio. Il padre del giovane suicida ha fornito un’altra versione ancora, secondo la quale sia lui che l’ex moglie avevano chiesto alle autorità di effettuare più controlli nella zona del liceo frequentato dal figlio, perché spesso diventava un ritrovo per tossicodipendenti. Ben altre intenzioni quindi, che spaventare a morte un sedicenne.

 

“C’è qualcuno che vuole soffocarvi, facendovi credere che sia normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre” ha detto la madre del ragazzo durante il funerale.

 

Personalmente non ho mai provato l’hashish o qualsiasi altra sostanza considerata stupefacente, non ne ho mai sentito il bisogno. Forse qualcuno mi ha parlato, forse sono bastate altre cose per sentirmi felice o accettata dai miei compagni, forse non ho mai sentito la voglia di farlo anche solo per trasgredire.

 

Non sono serviti i cani antidroga per non farmi fumare qualche canna, non ho mai dovuto subire terrorismi psicologici con perquisizioni corporali. Al di là del fatto che sia da legalizzare o meno, siamo veramente sicuri che siano questi i mezzi che abbiamo per far sì che i giovani non gettino via le proprie vite?

 

Lo ribadisco: il ragazzo di Lavagna non è stato ucciso dalle droghe, è stato ucciso dall’incomunicabilità con i suoi familiari, dalla vergogna di essere considerato un tossico, dalla nostra società. Un approccio diverso, più tatto, più dialogo, avrebbero ottenuto sicuramente risultati diversi.
Ma noi siamo lì a puntare il dito, non ci scandalizziamo che una vita si sia spenta così, siamo troppo impegnati a punire i giovani che ad educarli. Questa storia è dolorosissima, è un fallimento completo per tutti, per la famiglia, per gli insegnanti, per gli amici e per le Forze dell’Ordine.

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