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Cos’è la Murga?

Paese che vai, usanze che trovi. Ma anche no. Non solo, almeno.

murga

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Succede un po’ di tutto quando ti ritrovi lontano chilometri dalla tua patria. Immerso in una nuova comunità, ma anche in un eterogeneo gruppo internazionale. Così capita di mangiare tacos messicani ogni martedì, o bere liquori finlandesi alla liquirizia sin dalla mattina. Seguire diligentemente la ricetta per lo tzatziki greco, o assaggiare carne di toro dalla Spagna, insieme ovviamente alla tortilla di patate, tollerando volentieri tutta quella cipolla. Anche allontanandosi dalla cucina (regno delle italiche genti: dite ragù o carbonara e nuovi fedeli d’ogni mondo seguiranno le vostre orme nei secoli dei secoli), si possono apprezzare sorprese. Non sto parlando di quella volta che chi scrive è stato osannato come novello cultore calcistico del catenaccio-e-ripartenza in inferiorità numerica su un campo di periferia, no. Ma di quello che vi può capitare di trovare nei circuiti universitari ad Aarhus, Danimarca. Ovvero un invito a far parte di un gruppo di Murga.

Esatto: che diamine è ora la Murga?
Dopo averlo chiesto numerose volte a chi mi rivolgeva gentilmente la proposta, e altrettante aver sbeffeggiato il mio interlocutore con l’affettuoso appellativo di “freak”, ho pensato di prendere la questione con la dovuta serietà. Per saziare una carenza conoscitiva, mi sembra giusto dare parola proprio a lui, che meglio può rispondere all’impellente interrogativo. Lui è Paolo Lamagni, dottorando all’università di Aarhus in Scienza dei materiali e promette di tornare presto in Italia. Un giorno. Forse. Quando il suo nemico giurato, la CO2, sarà un residuo ricordo degli avi. Quando la generazione Erasmus non sarà più oggetto di propaganda elettorale.
Nel frattempo, l’abbiamo raggiunto per qualche domanda.

Quindi, per l’ultima volta: cos’è questa Murga?

«La Murga è un fenomeno popolare che prende vita in America Latina. Fonde ballo e musica in una forma di spettacolo di strada che coinvolge anche altre espressioni artistiche, come canto, giocoleria, acrobatica e…chi più ne ha più ne metta! Esistono due tipi fondamentali di Murga. Da un lato quella uruguaiana, che diventa uno spettacolo da piazza o da palco, in cui il ruolo della danza viene meno in favore di un attento studio dei costumi di scena e del trucco. Questo tipo di Murga si concentra sulla recitazione di poesie e filastrocche, su canzoni dal denso contenuto politico e sociale, in chiave satirica. Quello che sicuramente è uno dei migliori esempi di Murga uruguaya è il gruppo chiamato Agarrate Catalina (qui e qui qualche performance). Dall’altro lato, c’è la Murga argentina, o porteña, che può includere anche forme di canto, ma si sviluppa prevalentemente come una colorata e rumorosa parata carnevalesca. Questa tipologia di Murga è quella che ho avuto modo di sperimentare personalmente. La formula minima per creare una Murga è un piccolo gruppo di percussionisti attorno ai quali radunare dei ballerini. Dopodiché svariate figure possono entrare a fare parte della Murga, con la filosofia “si somos muchos, mucho mejor!”».

Dal Sud America sin qui è molta strada. Da quando anche nel Vecchio Continente si parla di Murga? E personalmente, come ne sei entrato in contatto?
«Da una quindicina d’anni a questa parte si è diffusa un po’ in tutta Europa. Ha già messo le sue radici nella cultura europea, soprattutto in Italia e Spagna probabilmente, e i gruppi di Murga si stanno moltiplicando sempre più rapidamente. In Italia, per esempio, posso affermare con certezza che sono almeno una dozzina. Roma è la più florida, con quattro formazioni e tra esse quella “storica”, la Malamurga, che è la più longeva in Italia. Ci sono numerosi gruppi anche oltralpe, in Germania, in Belgio, in Olanda, in Spagna, appunto in Danimarca. Ad Anversa si sono già svolti diversi raduni europei, mentre in Italia si contano già sei edizioni del Festival Murguero a Pontecagnano Faiano, vicino Battipaglia. Novità di quest’anno poi, la prima convention di Murgas in Italia, il Murga Fest 1.0 a Roma. Personalmente, scoprii la Murga un po’ per caso, stando comodamente “appollaiato” nella mia città, Vicenza. Ero all’ultimo anno di liceo e mi avvicinavo all’arte di strada grazie ad un caro amico. Lui, giocoliere, cercava qualcuno che potesse suonare un sottofondo musicale per una sua performance open stage nelle nostre zone. Io sapevo suonare il didgeridoo: pensammo che sarebbe stato particolare e provammo. Beh, fu un successo! Sviluppammo meglio quei cinque minuti di esibizione in uno spettacolo di mezz’ora e per un anno o poco più proponemmo il nostro “Circonfuso” in modeste occasioni di piazza e feste, fino ad approdare sulle piazze del Mojoca Festival e del più noto Ferrara Buskers Festival. In quei mesi sono entrato in contatto con la comunità di giocolieri, acrobati e clown del vicentino (e non immaginavo che Vicenza fosse così fertile di maestri di teatro di strada!). Fatalità, alcuni di loro avevano conosciuto le Murgas di Roma e altri invece erano di origine argentina e stavano pensando di dare vita ad un gruppo cittadino. Parteciparono ad un bando di Arciragazzi Nazionale per promuovere progetti per i giovani e così iniziò la storia della Murga Saltinbranco di Vicenza. Mi trovai alla presentazione del progetto e da allora porto la Murga nel cuore. Era il 17 settembre 2010».

Sembra poter assumere le sembianze di un fenomeno bizzarro, ma non così distante dalle feste di piazza o dalle attività dei più disparati talenti che si esibiscono tra gli artisti di strada, a cui talvolta siamo abituati. Raccontaci qualche esperienza, come viene recepita dal pubblico italiano?

«La Murga in Italia viene accolta tra grande interesse e ancor più grandi sorrisi. Certo, a seconda del contesto in cui si svolge lo spettacolo, cambia anche la risposta del pubblico, ma sempre in termini positivi. Se ad esempio ci si esibisce ad un festival musicale o di arte di strada, si gioca in un ambiente protetto: il pubblico è lì presente con l’intento di divertirsi ed è ben disposto a seguire la sfilata murguera e – perché no? – ad unirsi alle danze. Un effetto simile si ottiene ai cortei e alle manifestazioni. Nell’immaginario comune si pensa alla manifestazione come ad una lenta camminata, portando striscioni e bandiere, cadenzata da slogan e discorsi tenuti da chi guida la processione. Quando la Murga decide di fare propria una causa e di unirsi ai cortei, porta con sé tutto ciò che la contraddistingue: colori accesi, costumi sgargianti, piume, tamburi, fischietti e via discorrendo. Chiaramente questo sconvolge la percezione della classica manifestazione: il pubblico è inevitabilmente attratto da tale novità e spesso si unisce alla colorata marcia, quantomeno incitandola. Una situazione sempre diversa e molto variabile è quella degli spettacoli spontanei, improvvisati, non direttamente associati a qualche evento cittadino. Parlo della realtà vicentina, anche in questo caso. Immagino sia diverso a Roma, dove le Murgas sono intimamente connesse ai quartieri in cui sorgono e in cui si muovono. Nel nostro “grigio Nord-Est” ci si può aspettare un po’ di tutto. C’è chi si ferma a guardare distante, c’è chi timidamente si avvicina, c’è chi viene completamente rapito dai ritmi sudamericani e magari si unisce al gruppo, non è poi così raro! Ovviamente c’è anche chi magari è infastidito da quel battere di tamburi domenicale mentre fa shopping in centro. Non abbiamo mai sperimentato alcunché di più negativo. Non male, direi! Pensare che nulla può andare storto aiuta molto quando ci si vuole esibire in strada».

Andiamo nel profondo Nord, invece. Vivi e lavori in Danimarca, cosa ci può aspettare da questo pubblico?

«Per quel che riguarda la mia esperienza danese – diciamolo, dai: la prima Murga danese l’abbiamo fondata io ed alcuni cari amici ad Aarhus! – si può pensare ad una grande Vicenza, un po’ più fredda. Meteorologicamente ed umanamente parlando. Ma no, la situazione non è tragica! Ci si mette solo più tempo a trovare la formula giusta per coinvolgere il pubblico. Quella della Murga danese è una formazione recente, che deve ancora compiere il primo anno d’età. Nonostante ciò, ci siamo già esibiti qualche volta ad Aarhus e ad Aalborg. Sin da principio noi Aarhuspanti (questo il nome che ci siamo dati, sì) eravamo proprio principianti, con uno spettacolo breve di circa 15 minuti che proponevamo a più riprese durante l’Aalborg Carnival. Ci siamo difesi bene, ma non avevamo preso in considerazione i fiumi di alcool che scorrono in quella festa. Erano tutti ubriachi marci! Il che significa che erano attratti ed ipnotizzati dalle nostre percussioni e dai nostri passi, ma nessuno era in grado di capire qual fosse la separazione tra performance e pubblico. Cerco di chiarire: se una Murga riesce a coinvolgere le persone attorno al punto da farle ballare, saltare e suonare, l’obiettivo primo è raggiunto. Va detto però che se a ballare sono dei corpi senza controllo, la situazione non è più molto piacevole. Lo stesso vale se stai cercando di suonare un ritmo durante la parata e un tizio vestito da fenicottero ti sputacchia nell’orecchio incessantemente, implorandoti di fargli provare il tamburo. Provate voi a fargli capire che può provare dopo lo spettacolo, non durante… Le volte successive ci siamo esibiti in contesti a minor grado alcolico, come i Gay Pride ad Aarhus e ad Aalborg. Sono state due esperienze molto positive: il pubblico era molto partecipe e qualcuno si è anche unito a ballare a lungo con noi.
Se proprio devo fare un appunto, è che noto un po’ più di distacco del pubblico rispetto a quanto avevo visto in Italia. Un po’ per motivi culturali, certamente, e un po’ perché anche noi abbiamo ancora moltissimo da imparare e da perfezionare. Ma ci stiamo già lavorando e con il tempo, prevedo, potremo offrire migliori performance e riceveremo una risposta più calorosa! Un altro punto su cui dobbiamo invece darci da fare è il coinvolgimento di danesi e autoctoni a far parte del nostro gruppo. Al momento, siamo prevalentemente italiani, con solo qualche contaminazione francese, iraniana. C’è un solo ragazzo danese, il quale, però, ha un ruolo di rilievo: sta insegnando a tutti noi come suonare opportunamente».

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