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Crisi greca, cambierà l’Europa?

Crisi greca: quando è iniziata, cosa è successo, dove finirà? La battaglia solitaria di Tsipras apre un’alternativa: cambierà l’Unione Europea?

Cos’è successo e cosa sta succedendo in Grecia nelle ultime settimane? Se n’è parlato, e probabilmente dopo la pausa estiva – durante la quale le cronache (e i governi) sembrano prediligere altri argomenti -, si ritornerà a parlarne. Per iniziare, è doveroso un riassunto delle tappe che hanno portato alla cosiddetta crisi greca, ma per farlo non basterà citare i grandi e rumorosi passi dell’ultimo mese, che hanno visto come protagonisti i leader europei. È opportuno ricordare come si è arrivati a questo, fare un ripasso della storia degli ultimi anni, senza però andare troppo indietro nella formazione dell’Unione Europea, né scomodare il fondamentale passato della cultura greca, magari abusandone.

Nel 2001 la Grecia adotta l’euro. Il periodo che va dal 2000 al 2007, principio della crisi economica globale, vede registrare una brillante crescita economica nei conti ellenici, con aumenti del Pil intorno al 6%, probabilmente frutto anche degli introiti per le Olimpiadi, tornate ad Atene nel 2004. Dati invidiabili, se non fosse che sono falsati dal 1999, come inizia a trapelare solo anni dopo: il rapporto deficit/Pil al tetto massimo del 3%, requisito del trattato di Maastricht per la moneta unica nella zona europea, non è mai stato rispettato, anzi si aggirerebbe intorno al 12%, se non addirittura al 15%. Come se non bastasse, il governo greco paga 300 milioni di euro all’agenzia di rating Goldman Sachs per continuare a mascherare i propri bilanci. Da qui, la Grecia crolla nella fiducia degli investitori, ha evidenti buchi nel bilancio, la sua crescita si arresta, si scopre fasulla, priva di riforme strutturali al passo con i partner europei, comunque non esenti da problemi simili. Inizia il suo periodo peggiore, la crisi la investe, il suo rating è ora a livello “spazzatura”.

Gli ultimi protagonisti sono stati i governi di Papandreou (Pasok) e di Samaras (Nea Demokratia), che dal 2010 al 2014 hanno scelto la via dell’austerity, indicata dai vertici dell’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale (la cosiddetta Troika, i “tecnici burocrati”), con ingenti prestiti dagli istituti di credito, un primo da 110 miliardi di euro, un secondo da 130. Questo ha significato chiusura di molti esercizi commerciali, difficoltà di pagamento dei salari, chiusura della ERT, la televisione statale, aumento della disoccupazione al 25% (e di quella giovanile al 50%), con l’obiettivo di risanare il bilancio, rientrare in progetti d’investimento per la crescita economica al pari (più o meno) degli altri Paesi dell’eurozona, non ultimo ripagare il debito per recuperare autonomia.

Ci sono stati gli anni dell’alternanza tra governi di centrodestra e di centrosinistra, della cosiddetta Terza Repubblica greca, una repubblica giovane nata sulle ceneri del regime autoritario solo nel 1974. Poi, gli ultimi anni, il colpo di coda di partiti e governi in evidente difficoltà, in crisi. La grande colpa, che condividono con altre democrazie giovani come quelle dell’area mediterranea, come Italia e Spagna, è quella di non aver saputo cogliere il cambiamento, le mutazioni sociali e culturali prima ancora che economiche. Se le domande sociali non trovano risposta nelle politiche di governo, aumenta il rischio dell’implosione all’interno delle stesse istituzioni, svuotate di senso, che si manifesta con una lenta e sofferente decaduta del potere legittimo e della fiducia dei cittadini, ultimi depositari della democrazia. Sintomi di questo malessere sono anche le rivolte figlie dell’esasperazione che hanno fomentato le piazze più famose (ad Atene piazza Syntagma è più che un simbolo oramai) e l’apparire di partiti che sono stati definiti “populisti” (Alba Dorata e Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, il Movimento 5 Stelle e la risalita della Lega Nord in Italia, solo per citare i più influenti) per la loro opposizione alle istituzioni nazionali ed europee, per la radicale proposta di cambiamento, tramite il diretto coinvolgimento del “popolo” nelle scelte politiche.

Quello che è accaduto nelle ultime settimane è il frutto di un semestre di fuoco, iniziato ufficialmente a fine gennaio di quest’anno. Il 25 gennaio, alle ennesime elezioni elleniche dopo la caduta del governo Samaras, il popolo greco elegge una maggioranza (non qualificata, sarà necessario un accordo di governo con i nazionalisti di Anel) appartenente al partito di sinistra radicale Syriza e Alexis Tsipras come Primo Ministro. Perché è stata tanta l’importanza data a quest’evento? Cosa cambia rispetto ai precedenti?
Per la prima volta in Europa un governo si pone in palese avversione verso la politica economica europea, da anni – come si è visto – incentrata su austerità e stretta finanziaria per onorare i debiti verso i creditori. Come forse mai era accaduto dalla caduta del Muro di Berlino, un evento arriva a dividere politici, partiti, governi, organizzazioni internazionali, giornali e opinionisti. Un evento soltanto paventato: l’uscita della Grecia dall’euro, la cosiddetta “Grexit”.

Si arriva a ciò dopo mesi di trattative tra il governo greco e i vertici delle istituzioni europee, tra scontri neanche così sottesi e velati, conflitti e diversità di vedute e prospettive, che portano i volti dei ministri delle finanze, il greco Yanis Varoufakis e il tedesco Wolfgang Schäuble. Già, uno scontro che rischia di esser semplificato come una battaglia tra Grecia e Germania, maggiore creditore che esercita un ruolo egemone sulla politica economica europea, anche sotto il volto neutro delle istituzioni comunitarie. Uno scontro che arriva al culmine alla data di scadenza dei prestiti del Fondo Monetario Internazionale che la Grecia deve ripagare. Ma non ha la liquidità necessaria, non ha raggiunto un accordo per ulteriori prestiti in cambio della promessa di riforme strutturali sul sistema politico ed economico greco. Dunque, delle due l’una: accettare le ultime condizioni di accordo proposte da Bruxelles o rifiutarle e entrare in terre sconosciute, considerando l’abbandono dalla moneta unica. Il governo Tsipras non sceglie, o meglio sceglie di schierarsi per quest’ultima possibilità (non contravvenendo così al programma elettorale vincitore): dare l’ultima parola ai cittadini greci tramite un referendum, indetto in tutta fretta il 5 luglio. Mossa demagogica, populista? Può darsi, specie in mancanza di reale dibattito e informazione, che la democrazia presupporrebbe. Tsipras gode di fiducia, vuole legittimare la sua posizione, giocare ai tavoli europei con più potere negoziale. Si alza il fuoco, ci si schiera: OXI (no) o NAI (sì). Non solo in Grecia, non solo in Europa.

Per il Sì ci sono le forze di governo nazionali ed europee (al loro interno comunque divisi tra la linea dura dei “falchi” e più compromissoria delle “colombe”), i referenti bancari, i moderati e i conservatori, soprattutto dei paesi nordici, non ultime le pressioni statunitensi; per il No le forze di opposizione, chi vuole cavalcare l’ondata di rigetto verso l’Europa; si mischiano poi movimenti sociali (più propositivi o più nichilisti), intellettuali (tra cui i premi nobel Krugman e Stiglitz), chi ha sofferto la crisi nel Mediterraneo. Vince il No con il 61,2%, ma la partita non è finita: i rappresentanti europei non si arrendono alla possibilità di venire così sconfitti da un colpo di mano definito demagogico. Non si arrendono a lasciare andar via dall’euro la Grecia, simbolico partner democratico. Non è d’altronde neanche quello che vuole Tsipras, la sua Syriza propone di restare in Europa e cambiarla: il ritorno della dracma non è auspicabile, al di là della campagna referendaria che ha giocato sulla paura del baratro, con scenari apocalittici lontani dalla realtà. Così il premier sacrifica il ministro Varoufakis, immagine credibile di intransigenza anche dopo le dimissioni, e ritorna al tavolo delle trattative. Quel che segue, quello che si è letto dei retroscena, rimarrà tra le pagine più importanti e dolorose dell’Europa dell’ultimo mezzo secolo: Tsipras accetta un accordo duro (più duro di quello proposto nei giorni di preparazione al referendum), pur di rimanere in Europa e continuare la battaglia sul fronte politico, magari meno solitaria, sperando in futuro dell’appoggio di altre forze (ad esempio proprio Podemos in Spagna, forza di sinistra più simile a Syriza di altre). Le cronache degli ultimi giorni vedono il governo greco impegnato nell’approvazione di riforme in parlamento, come richiesto dai creditori. Riforme dure che vedono il coinvolgimento di diversi partiti greci, ma la spaccatura di Syriza, dove una parte più intransigente tiene a sottolineare la sua delusione. Riforme dure che non risolveranno i problemi della Grecia, forse li rinvieranno, in prospettiva di un futuro taglio del debito, a dismisura insostenibile anche secondo molti istituti creditizi e bancari.

Il dibattito intorno alla crisi greca ha assunto, sui giornali e nei bar, caratteristiche tecnicistiche ma non avulse da tratti sensazionalistici, se non particolarmente emozionali. Qui si è scelto di non trattare dei dettagli economici e finanziari, ma di riportare la questione sul riassunto dei fatti, sugli equilibri politici.
L’accordo di scambio economico è conseguenza della volontà e della possibilità politica, quindi di scelte basate sull’accordo su principii morali e comunitari condivisi. È il compromesso tra i poteri in gioco, più o meno forti e legittimati dagli strumenti della democrazia. Quando è necessario ricordare il basilare funzionamento di un sistema che si vuole definire democratico, continuamente teso alla ricerca di una migliore armonia tra gli uomini che abitano luoghi comuni, ci si accorge dell’importanza che la questione ha suscitato, di come la politica sia tornata nel dibattito: conflitto, divisione, compromesso sono le parole chiave da secoli, ma troppo poco siamo abituati ad usarle.

Per quanto riguarda la partita giocata tra Europa e Grecia, probabilmente non ci sono vincitori. La Grecia di Tsipras è stata costretta (minacciata?) ad adottare misure impopolari e in controtendenza con lo stesso volere popolare espresso nel referendum. L’Europa si è mostrata nuda, molto poco solidale per quanto riguarda la volontà di formare un’unione di intenti prima che di Stati, molto più ferma nell’interpretazione di regole e limiti finanziari (quelli sì, fruitori di profitti a breve termine, anche se solo per pochi).
Ci si domanda: quanto può durare un’Unione così politicamente fragile e divisa, con evidenti differenze di trattamento tra gli stessi Paesi membri? Ora che la mossa della Grecia ha aperto dibattiti e prospettive nuove, si agirà in maniera più costruttiva verso una politica (economica) alternativa? I vincoli economici valgono più delle regole di principio per la convivenza e solidarietà tra i popoli per uno sviluppo libero e democratico (si pensi all’altro tema caldo in sede europea: l’immigrazione. Si pensi, ad esempio, al muro che l’Ungheria di Orban vuole costruire al confine con la Serbia)? Ancora: la costante ascesa dei movimenti radicali e populisti, al netto del giudizio spesso negativo, non può esser colta come una sfida per democrazie non realizzate, da cogliere e integrare coinvolgendo maggiormente cittadini, recuperando così fiducia?
In ultimo, quindi: quanto ognuno di noi si sente cittadino europeo?

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