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Charlie Hebdo: ridere è una cosa serissima

Quando si scherza bisogna esser seri, si dice tra di noi. Chi sa ridere è padrone del mondo, aggiungerebbe qualcun altro.
È anche questa la lezione della satira, senza dubbio. Ovvero l’arte di scherzare su tutto e su tutti, di continuare a farlo nonostante i momenti ostili al riso. La scienza di deridere i poteri, le convinzioni, gli idoli. Con il coraggio di auto-deridersi (l’unico che possiede, tale è la sua essenza ridicoleggiante), la satira non risparmia neanche sé stessa. Non è eticamente, moralmente, politicamente, religiosamente corretta. Non deve esserlo, diventerebbe strumento. Invece no, è fine a sé stessa. Stimola non solo il riso, l’ilarità, ma anche l’amarezza, la riflessione, un timido ma profondo ragionamento. Che mette in dubbio tutto, riporta dalle risposte alle domande. Da capo, da bambini. Davanti la satira ognuno si riscopre stupido. È una catarsi, un bagno di umiltà. Una visione rivelatrice, in qualunque momento e sotto qualsiasi umore. È sintomo di libertà, la più incontrollabile.

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Ci saremmo volentieri astenuti dal ripeterlo, dal buttare altro inchiostro (seppur virtuale) sulle già tante pagine e spiegazioni spese sul tragico attentato di Parigi alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo. Ci saremmo astenuti se soltanto non avessimo riconosciuto in questo gesto (non solo metaforico, ci aiuti qui l’immaginazione: una penna/matita che crea forme o parole su uno spazio prima bianco, colorando o scrivendo, dando vita a un’intenzione, ad un concetto mentale, astratto) una potentissima arma, la più potente, più potente delle bombe.

Come si può morire per la satira? Come si può esser bersaglio per aver fatto ridere? Quale potere (o peggio, uomo) – politico, economico, religioso – può sentirsi minacciato dal riso? Un potere non legittimo, un potere di carta. Un potere che, come tanti (tutti?) ieri e oggi al mondo, è convinto della propria incrollabile verità, che si erge come forma totalitaria. Il potere più adatto a crollare, così, sotto i colpi di una matita, di una penna, mossa da una mente scettica, lucida, critica.

“Je suis Charlie” campeggia nelle piazze d’Europa e non, sulle nostre timeline di Facebook o Twitter. Per la libertà d’espressione, sacrosanta in democrazia come nella vita. Per il ricordo delle dodici vittime: i disegnatori Stéphane Charbonnier, anche direttore, detto Charb, Jean Cabut, detto Cabu, Georges Wolinski, Philippe Honoré, Bernard Verlhac, detto Tignous, e poi Michel Renaud, già capo di gabinetto del sindaco di Clermont-Ferrand e fondatore del festival Carnet de voyage, la psicanalista Elsa Cayat, l’economista Bernard Maris, il correttore di bozze Mustapha Ourrad, il custode Frédéric Boisseau, e gli agenti Franck Brinsolaro e Ahmed Meradet.
Se n’è già scritto e se ne scriverà, a caldo, a freddo, di getto, vomitando sentenze, come siamo bravi a fare, o razionalmente, cercando di cogliere la complessità della questione che da qui si scatena.

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È un caso internazionale o soltanto nazionale? È per tutti. Le paure, le indignazioni, la guerra che soffiano dal mondo islamico sicuramente si alimentano. Nessuno si è (già) dimenticato dell’Isis, di come mostra la propria opera barbara, ostentandola, al mondo occidentale: il riferimento corre veloce, il parallelismo scappa, subito emerge il paragone. Come si comporteranno i governi? Assisteremo ad una nuova crociata come dopo l’11 settembre 2001? È quindi uno scontro di civiltà, eticamente distanti, o una guerra tra modernità e medioevo, tra umano e disumano? Bisognerebbe quanto meno chiarirlo, nelle parole che volano in questi giorni. Pensarci, studiare la questione, anche rispetto al bisogno di integrazione e multiculturalismo che l’Europa, soprattutto ma non solo, sembra mostrare. E non cavalcare l’onda della passionalità per auspicare soltanto controllo, chiusura dei confini, denigrazione del diverso, assalto al “nemico”. Non è un caso che proprio dal mondo arabo siano arrivate prese di distanza o sdegno e solidarietà dai giornali.

È solo un problema di “immigrazione”? Anche no. Quanto meno si leggano soltanto i nomi del correttore di bozze e dell’agente rimasti uccisi prima di parlare di un “noi” e di un “loro”. Non è la divisione che aiuta a risolvere i problemi difficili, ma sono la cultura e la condivisione di una soluzione che aiutano a distinguere i radicalismi, i facili razzismi, i continui fascismi.

E poi, “siamo tutti Charlie”? È sicuramente un piacere vedere piazze piene, hashtag di partecipazione, immagini e vignette di disegnatori condivise da molti (qui una raccolta). È sicuramente la risposta migliore. Ma domani, o dopodomani, torneremo tutti ad esser critici, a non risparmiar nessuno dal dubbio, a mancar di rispetto (sì, addirittura) a chi si arroga diritti o poteri sopra ogni umana disponibilità, a scegliere la pericolosa ed estrema libertà rispetto alle comode e sicure convinzioni, gabbie d’oro della quotidianità? Siamo davvero pronti a discutere del limite della “civiltà”, del “politicamente corretto”? O nel comune e difficile vivere saremo più cauti della caustica satira, anzi la condanneremo se colpisce i nostri credo? E così, radicalizzando ancor di più il concetto, riusciremo ad accettare un pensiero diverso rimanendo umani, cercando di comprendere le ragioni dietro ogni parere, ogni azione? Cercheremo di capire, prima di indignarci?

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Son soltanto domande, profonde ed ideali, a cui anche chi scrive, chi leggerà, ha e avrà difficoltà a rispondere, per gioventù, maturità ed esperienza, per carattere o mentalità. Sono domande che vanno poste, da oggi soprattutto, allo specchio come in piazza. Sono domande a cui possiamo rispondere soltanto mantenendo vive le premesse della libertà d’espressione e la potenza di una parola, di un disegno.

Solo dopo, sì, saremo tutti Charlie Hebdo.

Di seguito, alcune immagini circolanti sul web la cui fonte è – così come per le altre comparse nell’articolo: http://www.buzzfeed.com/ryanhatesthis/heartbreaking-cartoons-from-artists-in-response-to-the-ch?bffb&utm_term=4ldqpgp#.fgZr8JpBo

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