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ANSIA: NORMALITÀ O PATOLOGIA?

L’ansia è un disturbo molto comune ma, a volte, può divenire un qualcosa di invalidante per chi ne soffre. Ma qual è il limite tra fisiologia e patologia?

Che la calma fosse la virtù dei forti lo sapevamo già tutti, e di certo avere problemi d’ansia non aiuta a vivere bene. L’ansia, la cui etimologia latina richiama concetti come sentirsi soffocare, stringere (deriva dal latino angere), è connotata da varie sensazioni spiacevoli fra cui timore, paura, apprensione, preoccupazione, il bisogno di trovare una soluzione immediata e, nel caso di esposizione prolungata, la disperazione e la frustrazione.

Oggi, il boom economico ha introdotto l’idea del benessere fondato sul possesso, l’inquietudine si sgancia dai bisogni reali e si orienta sull’effimero. L’ansia cresce freneticamente e si presenta come ansia di possesso. Oggi abbiamo tutto e spesso l’ansia riguarda il superamento dei propri limiti. Sedici italiani su cento hanno l’ansia di non farcela, di rimanere indietro, di venire tagliati fuori. Posto fisso, certezze solide, sicurezze economiche e affettive, sono questi gli obiettivi che negli ultimi 50 anni si sono imposti nella nostra cultura finendoci per convincere che la vita sia tutta qui. Quando questi diventano gli unici valori attorno a cui gira la nostra esistenza, ecco arrivare l’ansia, cioè l’insinuante paura di perdere tutto.

ansia

Tuttavia l’ansia è un’emozione naturale e universale, generata da un meccanismo psicologico di risposta allo stress, il quale svolge la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo, prima ancora che quest’ultimo sia realmente sopraggiunto, mettendo in moto specifiche risposte fisiologiche che da un lato spingono all’esplorazione per identificare il pericolo ed affrontarlo nella maniera più adeguata e, dall’altro, ad evitarlo e all’eventuale fuga. Sempre più spesso però, specie nella società odierna, vuoi per i ritmi etici ai quali ci sottoponiamo, vuoi per le incertezze sul futuro e per l’assenza di punti fermi affettivi e lavorativi, l’ansia da fisiologica diviene patologica: l’individuo che ne è colpito vive costantemente in allerta, con la sensazione di un pericolo incombente del quale, nella maggior parte dei casi, non sa spiegarne le origini. Questo stato di angoscia costante può raggiungere livelli tali da costituire una vera e propria malattia invalidante, che limita la vita sociale di chi ne è colpito, che viene letteralmente paralizzato dalla paura.

Qual è il limite però fra reazione fisiologica e situazione patologica? Può essere una risposta normale nei confronti di pericoli reali, ma diviene preoccupante quando disturba in maniera più o meno notevole il funzionamento psichico, determinando una limitazione delle capacità di adattamento dell’individuo. È caratterizzata da uno stato d’incertezza rispetto al futuro, con la prevalenza di sentimenti spiacevoli; a volte è vaga, cioè senza una precisa causa riconoscibile, oppure può riguardare specifici oggetti ed eventi; si riferisce ad un futuro imminente, oppure alla possibilità di eventi più o meno lontani; accompagna spesso altri problemi psicologici e psichiatrici, nonché i conflitti irrisolti della persona che ne è affetta; ha un’intensità tale da provocare una sofferenza insopportabile; determina comportamenti di difesa che limitano l’esistenza, come l’evitamento di situazioni ritenute potenzialmente pericolose o di controllo attraverso la messa in atto di rituali di vario tipo.

L’ansia patologica si ritrova, oltre che come un disturbo a sé stante, anche in quasi tutte le malattie psichiatriche: demenze, schizofrenia, depressione e mania, disturbi di personalità, sessuali e dell’adattamento. Si tratta di un problema che ha una prevalenza, nell’arco della vita, del 30,5% nelle donne e del 19,2% negli uomini.

Quali sono le cause? Fra i fattori eziologici sono annoverati quelli ereditari, oltre che biologici e inconsci: alcuni studi genetici hanno rilevato che, in circa il 50% dei casi, i soggetti con disturbi d’ansia hanno almeno un familiare affetto da una patologia analoga. Inoltre secondo altri studi l’ansia sarebbe causata da alterazioni della quantità di alcuni neurotrasmettitori, come per esempio un’eccessiva produzione di noradrenalina (l’ormone dello stress) ed una ridotta produzione di serotonina (che regola il benessere) e di GABA (che è un neurotrasmettitore inibitorio). I sintomi tipicamente psichici sono tensione, nervosismo, facilità al pianto, insonnia, eccessiva preoccupazione per sé e per gli altri; progressivamente aumenta la paura dei luoghi affollati, del buio fino ad arrivare agli attacchi di panico caratterizzati da un profondo disagio che porta alla progressiva riduzione delle attività fino alla paralisi. L’ansioso vive in un costante stato di allarme e di tensione che lo induce da un lato a temere disgrazie, incidenti e insuccessi e dall’altro a non tollerare le attese e le situazioni competitive. A questi si aggiungono sintomi somatici come palpitazioni, nausea, aumento della sudorazione, aumento della frequenza respiratoria, debolezza, coliti, disturbi visivi, della sessualità, vertigini, emicranie.

Le situazioni che possono predisporre ad un attacco d’ansia sono precarie condizioni economiche, malattie gravi, proprie o riguardanti familiari, traumi, atmosfere familiari e non con alto indice di stress; sono tutte situazioni scatenanti che peggiorano la situazione in soggetti con caratteri già di per sé tendenti all’allarmismo e alla tensione. Tutto ciò può comportare assenza di riposo, frustrazione continua, pensieri ossessivi sull’evento ansiogeno, atteggiamento ipercinetico e logorroico, palpitazioni, tremori, cefalea. Bisogna quindi mettere in atto tre atteggiamenti:

CERCARE L’OBIETTIVITÀ: non mettere in campo una reazione solo emotiva all’evento, ma cercare di capire se ci sono dei margini di miglioramento o di cambiamento della situazione, senza farsi prendere dal panico;

CREARE IL MIGLIOR ASSETTO: con l’aiuto di qualcuno, ottimizzare gli aspetti che ci fanno sentire più sicuri e al contempo accettare i limiti che l’evento ci pone;

VIVERE L’ANSIA CON CONSAPEVOLEZZA: l’ansia non va negata, ma vissuta per come è realmente, ed eventualmente attraverso una psicoterapia mirata s’impara a separare l’ansia oggettiva  e “normale”, da quel tipo tipicamente patologico.

Secondo un recente studio condotto a Boston, avere disturbi d’ansia farebbe invecchiare di 6 anni: scopo dello studio era analizzare il nesso tra invecchiamento precoce ed ansia, analizzando  i telomeri dei soggetti sottoposti alla ricerca. Questi ultimi sono una parte del nostro DNA, l’estremità, la cui funzione principale è quella di preservare il patrimonio genetico dal deterioramento generato dal tempo che passa. La loro dimensione ridotta è ritenuta, per questo motivo, indicativa di invecchiamento delle cellule e di una conseguente riduzione delle aspettative di vita. Dai risultati della ricerca è emerso che nelle donne affette da ansia fobica si osserva una significativa riduzione della lunghezza dei telomeri. Questo accorciamento è più evidente nelle donne con età superiore ai 40 anni e corrisponde ad un invecchiamento biologico pari a circa sei anni.

Quanto ai farmaci da utilizzare nei casi patologici, sotto stretto controllo medico, gli ansiolitici sono il primo presidio che viene adottato. Spesso, però, dopo una prima prescrizione, il paziente tende ad autogestire la terapia modificando i dosaggi e questo è da evitare perché gli ansiolitici, se non usati correttamente, possono causare dipendenza, disturbi della concentrazione, dell’attenzione e della memoria. Il farmaco non è l’unico rimedio contro l’ansia. Esiste un recente studio inglese condotto su 210 pazienti con disturbi d’ansia generalizzata, con attacchi di panico e distimia. Per sei settimane sono stati sottoposti a caso a 5 tipi di trattamenti diversi: un farmaco ansiolitico, un timoanalettico, un placebo, una psicoterapia cognitivo comportamentale e un gruppo di self help. Tra questi cinque trattamenti non sono state riscontrate importanti differenze nella risposta. Il farmaco ansiolitico non si è rivelato più efficace degli altri trattamenti. Tutto questo conferma l’idea che il farmaco ansiolitico non è l’unico presidio terapeutico contro l’ansia. Le strategia non farmacologiche, come le tecniche di counselling o gli interventi psicoterapici di sostegno rappresentano una risposta terapeutica di grande efficacia.

La regola per combattere l’ansia parte da un’unica affermazione: l’ansia non va combattuta. Non dobbiamo combattere, dobbiamo cedere. Dobbiamo imparare a non pretendere niente da noi stessi, dobbiamo fare le cose per come le sappiamo fare non per come dovrebbero essere fatte. L’idea di non migliorarci ci può regalare uno stato di pace, non dobbiamo avere alcuna aspettativa ma essere semplicemente presenti nelle azioni che facciamo. Imparare a divenire semplicemente noi stessi, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni, ci darà quel senso di realtà, di pace interiore, di appartenenza alla vita. La qualità della vita cambia in modo radicale quando rinunciamo alla strenua difesa degli equilibri consolidati, sterili magari, ma rassicuranti. Di fatto la maggior parte di noi impiega notevoli energie nel mantenere la propria esistenza il più possibile conforme ai valori collettivi, in modo acritico e spersonalizzante. Fin da piccoli ci viene insegnato a dover essere “figli modello” adeguandoci a comportamenti stereotipati; abbiamo dovuto imparare a soddisfare i bisogni degli altri, in primis quelli dei genitori. Crescendo, spesso continuiamo ad adottare quelle maschere e a voler soddisfare sempre e comunque le richieste delle persone a noi vicine. Abbandoniamo l’idea di dover apparire per poter essere, diamo più spazio ai nostri desideri, allontaniamoci dall’effimero, svestiamoci da quella maschera sociale che giorno dopo giorno diventa sempre più pesante da indossare.

Fonte immagine: massimocavezzali.blogspot.com

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